sabato 8 aprile 2017

MYSTIC CHRISTMAS




MYSTIC CHRISTMAS

24 dicembre

Silenzio. Freddo. Illuminato dalla luna piena, scintillante nel limpido cielo invernale, il fitto bosco è avvolto da una luce di ghiaccio che contende lo spazio alle ombre, in agguato sotto le chiome degli alberi. Il vento gelido ha smesso di soffiare tra i rami. C’è quiete assoluta. Attesa.
A spezzare l’infinita distesa di aguzze cime d’abeti, una radura, con al centro una piccola chiesa bianca. Dal portale di spesso legno grezzo, spalancato, si diffonde una calda luce di candele che promette tepore, conforto. È un invito gentile, eppure potente, a entrare, in netto contrasto con la luce fredda della luna che si riflette sul terreno innevato facendolo scintillare.
In fondo alla chiesetta, dopo l’infilata di panche, un altare di pietra, antico, senza tempo. Grezzo, una semplice lastra orizzontale su due supporti, smussato dai secoli, appena ingentilito dai paramenti sacri ornati di pizzo bianco che lo ricoprono in parte, emana però un’energia che fa quasi vibrare l’aria intorno.
Presso quell’altare, nei secoli antichi, i Druidi compivano i loro riti misteriosi nel giorno del Solstizio di Inverno. Benedicevano la terra addormentata, celebravano l’Amore che tutto avvolge e tutto ricomprende, l’armonia e la meraviglia della Natura, madre feconda di prodigi che lasciavano gli uomini stupefatti e grati.
Su quella pietra, per secoli i novelli sposi venivano a votarsi l’uno all’altra davanti agli dei, certi della loro presenza e della loro benevolenza, così palpabile in quel luogo.
E attorno a quell’altare, i primi cristiani giunti in quelle lontane terre nordiche costruirono la piccola chiesa bianca, a proteggere quel fulcro misterioso che parlava al loro cuore sussurrando, ancora e sempre, parole d’amore.
Oggi, la Vigilia di Natale del 1855, di nuovo la pietra sta cantando. In questa notte di festa e di armonia, la Natura celebra la propria meraviglia, il Signore dell’Universo chiama tutti i suoi figli, perché nella Notte Santa c’è posto solo per l’amore e per la rinascita.
Fuori, un cambiamento impercettibile increspa la quiete surreale. L’aria si muove appena, la luce fluttua leggermente. Piano piano, in lontananza, un lieve brusio, un sommesso scalpiccio, il tremolare di fioche fiammelle, annunciano l’arrivo della processione dal paese.
Da tempo immemore la tradizione, tramandata di generazione in generazione, vede tutti gli abitanti del villaggio nordico di Aalte attraversare a piedi, la sera della Vigilia di Natale, il bosco innevato, per assistere alla liturgia di mezzanotte nella chiesetta della radura, lasciando il calore del focolare domestico e inoltrandosi nel buio, al freddo, riscaldati solo dalle fiaccole, dal calore umano e dalla fede.
Alla testa della processione il pastore Jakob e, dietro di lui, tutto il paese. Anziani, giovani, bambini. Tutti con il sorriso sulle labbra e l’espressione serena, nonostante il freddo pungente e la fatica di avanzare nella neve per chilometri, perché la chiamata è forte e mai come in quel momento magico la comunità si sente unita, compatta, in profonda comunione reciproca e con la natura intorno.
Uno dei bambini a un certo punto corre avanti, impaziente, e raggiunge una bella ragazza bruna, imbacuccata in un mantello rosso di lana pesante con un grazioso cappuccio.
“Canterai, Bella?” chiede il piccolo con una vocina sottile.
“Certo che canterà, sciocchino!”, lo rimbecca bonariamente una vecchina.
“Lei è il nostro usignolo!”, prosegue sorridendo. “Il suo canto farà presto tornare la primavera!”
La giovane si limita a scuotere la testa sorridendo. Da quando era poco più che una bambina, è solita cantare a tutte le celebrazioni della chiesa del paese, ai matrimoni e ai funerali e, soprattutto, alla funzione della Vigilia di Natale. La sua dolce voce rallegra e commuove, consola ed esalta; un talento innato che lei volentieri regala ai suoi compaesani, anche se tutte quelle lodi le paiono un po’ esagerate.
Tenuti per mano dai genitori, i bambini si guardano intorno curiosi e impazienti, sperando di scorgere una fata, uno gnomo, o almeno un troll, che di sicuro si aggirano nella foresta in una notte come quella, e di cui parlano le antiche leggende che popolano i loro sogni di fanciulli.
La processione è intanto giunta all’ingresso della chiesetta. Il portone attende, aperto, invitante, luminoso. Nel pomeriggio padre Jakob si è assicurato che ceri e candele fossero accesi, che il vischio fosse adagiato sull’altare e che rami d’abete e fiocchi rossi adornassero le panche, prima di tornare in paese e raggiungere i fedeli, per guidarli di nuovo alla radura. Per primo varca la soglia della chiesa, eretto e solenne, e si ferma ad accogliere i compaesani che uno dopo l’altro entrano, posano le fiaccole negli appositi supporti e prendono posto nelle panche. Quindi il pastore socchiude il portone, con un’ultima occhiata all’oscurità che, fuori, ha nuovamente inghiottito la radura e si dirige finalmente verso l’altare.
Appena dall’interno della chiesa giunge il quieto mormorio delle prime preghiere ecco che, fuori, l’atmosfera cambia di nuovo, caricandosi d’improvvisa energia. La foresta si anima d’incanto: come una marea, tutti i suoi abitanti si riversano nella radura, irresistibilmente attratti dal richiamo del mistico altare. Maestosi cervi dalle grandi corna, saltellanti famiglie di coniglietti. Dagli alberi circostanti piombano giù come piccole palle di pelo impazzite decine di scoiattoli; due pettirossi e due merli saltellano nella neve. Frotte di pipistrelli sorvolano la radura per poi posarsi sotto il tetto della chiesa, a testa in giù; persino gli animali domestici rispondono alla chiamata per istinto atavico: tutti i gatti del paese, i cani e le altre bestiole che non erano legate raggiungono i loro antenati selvatici nella radura, a un passo dai loro inconsapevoli padroni umani. Quindi arrivano i predatori, silenziosi ed eleganti: due magnifiche volpi argentate e un grosso branco di lupi giungono a passo felpato, i nasi all’insù come a cogliere meglio la magia di quella notte. Due orsi caracollano arruffati e lenti, ancora un po’ intontiti per la momentanea interruzione del loro letargo invernale. Un’aquila e un falco si posano in cima a un abete, un gufo reale plana elegante. Man mano che raggiungono la radura, i cacciatori si posizionano accanto alle prede, che li fissano nervose ma che sanno, d’istinto, che quella notte il potere dell’Amore, l’anima immanente dell’universo, concede al lupo e all’agnello di onorare insieme, fianco a fianco, il loro Creatore. L’altare sussurra a tutti gli animali del bosco, calma i loro cuoricini affannati, dona loro la pace.
La foresta freme, ondeggia e si muove, come se respirasse, mentre continua a riversare nella radura i suoi abitanti più nascosti. Orecchie e zanne, zampe e ali, folte code e piume, occhi infiniti di ogni forma e colore punteggiano tutto lo spazio visibile. Insieme agli animali, sempre più numerosi, alcuni guardinghi, altri fiduciosi ed entusiasti, ecco che altre creature prendono il loro posto attorno alla chiesetta bianca. Alcune fatine svolazzano luminose appena sopra i coniglietti; rotolando e zampettando nella neve, decine di gnomi e folletti iniziano a sciamare tra gli animali, lanciandosi richiami con le loro vocine. Burberi, alcuni troll arrivano caracollando sgraziati, mentre gli elfi dalle orecchie a punta, eleganti e agili, si tengono un po’ in disparte, posando rispettosamente un ginocchio nella neve, in omaggio alla Natura creatrice di tutti gli esseri.
La notte della Vigilia di Natale, come nei tempi antichi per la festa del Solstizio d’Inverno, ogni creatura dell’universo ha un posto davanti alla chiesetta bianca. Nessuno viene rifiutato né giudicato, perché l’Amore accoglie tutti, anche quelli che da secoli vivono ormai nascosti, inghiottiti dalla storia. Unica regola, trasmessa d’istinto agli esseri qui convenuti per onorare il loro Signore: nessun contatto con gli umani. Troppo difficile sarebbe poi ristabilire le leggi della natura, solo sospese per una notte. Impossibile proteggere le magiche creature dalla curiosità umana, una volta scoperte le loro abilità. Gli umani non accettano, non dimenticano, vogliono cambiare le cose a modo loro. Molto più dei loro avi che celebravano in questi giorni il Solstizio d’Inverno, non sono capaci di prendere il mondo così come è stato loro presentato, lo vogliono possedere e dominare, anche solo con la conoscenza. E dunque quella conoscenza viene loro negata, lasciandoli ignari a pregare nella loro chiesetta e nella loro limitata dimensione umana, mentre fuori la più grande delle meraviglie avviene, appena fuori dal raggio di luce proiettato dal portone socchiuso. Certo, nei secoli, i più sensibili tra loro hanno intuito qualcosa, hanno percepito che la foresta custodiva segreti più grandi degli orsi e dei lupi, dando luogo a fiabe, leggende e tradizioni che però, per la propria sanità mentale, gli uomini hanno mantenuto in quel limbo tra immaginario e reale dove la mente può credere ciò che vuole, o ciò che può.
Gli ultimi ad arrivare, come ogni anno, sono i più temibili tra i predatori. Si materializzano come d’incanto sul limitare della radura, quindi procedono solenni nella loro grazia sovrumana, fino a trovarsi proprio davanti alla porta della chiesa. Elegantemente vestiti, di una bellezza indicibile e ferina, i nuovi arrivati si salutano tra loro con un cenno del capo, mentre la prima fila di animali indietreggia un po’, forse riconoscendone la supremazia, forse per cedere appena all’istinto che grida di correre via. In questa notte speciale a loro, i vampiri, è concessa la posizione che meglio li rispecchia: a metà tra la loro essenza umana, che li accomuna al popolo raccolto in preghiera nella navata, e quella di temibili predatori della foresta. Non si limitano dunque a restare in adorazione nella radura, o tra gli alberi nelle immediate vicinanze, come le altre creature: loro assistono alla celebrazione umana, in un certo senso. Un gruppetto si arrampica agile fino all’unico rosone della chiesetta, da cui si gode una vista indisturbata fino all’altare, mentre gli altri si distribuiscono alle piccole finestre laterali. Mitici esseri in parte uomini e in parte animali, i vampiri non nascono così ma lo diventano, con una trasformazione improvvisa innescata da un misterioso comando del loro codice genetico in reazione a qualche emozione violenta, che li separa per sempre dalle loro famiglie umane. Con la trasformazione viene la schiacciante e improvvisa consapevolezza della loro essenza selvaggia e predatrice, e l’irresistibile istinto che li spinge via da famiglie, amici, affetti, alla ricerca del loro ambiente più naturale: le immense foreste, le aree boscose scarsamente abitate dove possono nutrirsi del sangue di grandi carnivori e, talvolta, di incauti campeggiatori. Dotati di forza, velocità e abilità eccezionali, insensibili al freddo e immuni dalle malattie, immutabili nell’aspetto e nell’età apparente che avevano al momento della trasformazione, muoiono dopo secoli, con una mutazione improvvisa e inversa del loro DNA, che li riporta alla dimensione umana e li uccide in poco tempo per invecchiamento accelerato. Questi esseri misteriosi ed evoluti mantengono comunque, nella loro lunghissima vita, tutta la loro eredità umana, dunque ricostruiscono affetti e legami con i loro simili, stringendo amicizie e formando piccoli nuclei familiari, molto uniti e stabili, scegliendosi tra loro per attrazione e affinità e ricostruendo, per quanto possibile, il calore e le abitudini delle loro famiglie perdute. Destinati a vivere a cavallo tra due essenze opposte e inconciliabili, alcuni abbracciano con entusiasmo la loro mutata natura e le infinite possibilità che essa comporta, mentre altri faticano ad accettare la separazione dal mondo umano e lottano per trovare un equilibrio che li faccia sentire in pace con se stessi.
Quest’ultimo è proprio il caso della famiglia vampira che ora si affaccia dal rosone della chiesa. Formano un nucleo molto tradizionale: i due vampiri più anziani, un maschio e una femmina, fanno da padre e da madre ai tre più giovani, una fanciulla e due ragazzi, dell’età apparente tra i 20 e i 25 anni. Si sono scelti perché accomunati da una natura gentile e generosa, da una resilienza della loro parte umana che li ha spinti a ricreare una vita simile a quella che si sono lasciati alle spalle: una famiglia unita dall’affetto e dal sostegno reciproco, una bella casa confortevole e accogliente nascosta nel cuore profondo della foresta, incursioni notturne nei villaggi non certo per cacciare umani a tradimento, bensì per scaldare il cuore con la vista delle persone addormentate, addirittura qua e là aggiustando e risolvendo piccoli problemi, grazie alle proprie abilità e risorse sovrumane.
Ora, commossi e incantati, assistono dalla vetrata del rosone alla Messa di Natale, il più dolce dei ricordi della loro vita passata, sentendosi per un momento molto più vicini ai paesani seduti nella chiesetta, che non alle creature selvatiche e fantastiche che affollano la radura, fuori.
Eppure, il più giovane e bello dei tre figli vampiri ormai da diversi anni attende con uno spirito diverso la chiamata sovrannaturale dell’altare sacro, a ogni Vigilia di Natale. Inizia a essere irrequieto e impaziente settimane e addirittura mesi prima; smette di godersi le folli corse nella neve a caccia di prede che tanto dilettano i suoi familiari e danno innocuo sfogo alla loro parte più selvaggia; reagisce con fastidio alle attenzioni della madre adottiva, alle carinerie della sorella Alice e alle bonarie provocazioni del fratello Emmett. Già da alcuni anni, peraltro, le sue incursioni notturne nel mondo umano si concentrano sempre più sul villaggio più vicino alla chiesetta bianca e, mentre i suoi familiari girano per tutte le case, lui sosta in adorazione anche tutta la notte davanti a una finestra ben precisa, dove dorme tranquilla una bella fanciulla bruna, che un giorno aveva scoperto rispondere al nome di Bella.
Sebbene molti tra i vampiri si presentino in abiti eleganti alla mistica celebrazione, retaggio della loro educazione umana, il giovane Edward si è vestito stasera con cura ancora maggiore. La bianca camicia inamidata mette in evidenza la sua postura eretta e il bel volto fiero; l’abito scuro con panciotto è stato stirato con attenzione, ed è completato elegantemente dall’orologio da taschino, uno tra i pochissimi ricordi del proprio padre umano che Edward era riuscito a portarsi via, nella concitazione della fuga, dopo la trasformazione. Le scarpe nere sono lucidissime, appena inumidite dalla neve solo sfiorata nella corsa, e la cravatta a fiocco è ancora impeccabile, annodata dalle abili mani della madre, Esme, perché quelle di Edward avevano perso per un attimo la loro sovrumana agilità, vinte da una tensione invece molto “umana” al pensiero dell’evento per lui più importante al mondo, ormai distante solo poche ore.
Ora, il giovane Edward trattiene il fiato, perché finalmente il momento che attende da un anno è giunto. Appiccicato al rosone come se vi si volesse fondere, i begli occhi verdi che brillano di commozione, protende tutto se stesso, la propria anima, il proprio cuore, verso una figuretta bruna che si è appena alzata dalla prima fila di panche. Il cappuccetto rosso di lana pesante le scivola dal capo poggiandosi lievemente sulle sue spalle, mentre lei raggiunge il centro della navata, proprio davanti all’altare, si gira verso i suoi compaesani, intreccia leggermente le piccole mani in grembo e prende un bel respiro.
In realtà, tutta la chiesa trattiene il fiato, proprio come il giovane vampiro sul rosone. Tutti i cuori presenti accelerano il loro battito, in anticipazione del piccolo miracolo che sanno stia per avvenire. E come una lieve e tiepida pioggerella che lenisce l’arsura, come una profumata ventata di vaniglia, come la carezza del morbido e caldo pelo di un gattino, ecco che la dolce voce di Bella finalmente si leva, sicura, a riempire la navata di una armonia celeste.
Man mano che il canto prosegue e si diffonde, come miele dorato cola fuori dalla chiesetta, colmando d’incanto e struggimento i cuori di tutte le creature presenti: umani, animali, esseri fantastici, piccoli e grandi, ognuno viene trasportato dalla magia di quella voce che canta l’Amore, quello che si celebra in quel luogo da millenni, che emana dal mistico altare e si origina dal Signore dell’Universo, dalla Natura Madre, dallo Spirito Creatore di tutte le cose, incarnatosi infine in un Uomo di duemila anni fa per far sentire tutti, anche gli ultimi e i negletti, come i più amati dei figli.
L’armonia di quel momento prezioso, nella foresta sotto la luna, nella radura, nella chiesetta bianca, fa vibrare all’unisono tutti gli esseri viventi presenti, persino i semi nella terra ghiacciata, mentre Bella, inconsapevole, continua a cantare. Quando il canto finisce, il pastore Jakob pronuncia la sua benedizione e tutte le creature, centinaia, migliaia di teste di ogni foggia e dimensione, dotate di cappelli, di orecchie, di pelo, di piume, si inchinano all’unisono, come schiacciate da una enorme mano, a onorare il loro Creatore.
Anche Edward compie il sentito omaggio, ma i suoi occhi tornano subito sulla fanciulla all’altare. Con la propria vista sovrumana, si beatifica di ogni dettaglio che può cogliere, ogni espressione, ogni movimento: le guance leggermente arrossate, il lieve sorriso che le illumina gli occhi, la ciocca di capelli che le si appoggia appena sullo zigomo, il piccolo scatto che fa con la testa quando riprende fiato prima della strofa successiva. Pensa alla prima volta che la vide, appena ragazzina, diversi anni orsono, quando si alzò dalla sua panca e timidamente iniziò a cantare. Edward fu immediatamente folgorato dalla dolcezza e dal canto di lei, come se avesse visto un angelo del Paradiso, come se il suo cuore avesse improvvisamente ottenuto tutte le risposte che ansiosamente cercava, come se avesse finalmente trovato un senso alla propria esistenza. E da allora ogni anno attende con ansia la Notte Santa per vedere la piccola Bella, per sentirla cantare. L’ha vista crescere, trasformarsi in una giovane, bellissima donna, e anche i suoi sentimenti verso di lei sono via via cambiati. Non gli basta più vederla una volta l’anno, così appena può va di notte a vegliarla mentre dorme, e attende con ansia e impazienza crescenti l’arrivo di un altro inverno, di un altro Natale. I suoi genitori vampiri, Esme e Carlisle, sono sinceramente preoccupati per quell’amore impossibile, che rischia di rendere la vita di Edward una pena infinita, dato che la legge divina non gli concede di avvicinare la fanciulla quando è sveglia. Prima o poi lei si innamorerà di qualche umano e metterà su famiglia, spezzandogli il cuore senza nemmeno saperlo.
Edward, però, incantato ad ascoltare il canto divino della sua Bella, non pensa a questo, ora. Immagina, invece, come sarebbe bello se per una volta gli fosse concesso di farsi vedere, cosa proverebbe se lei lo guardasse, se gli sorridesse, se si accorgesse di lui. Osa fantasticare di poterla stringere tra le braccia, desidera con ogni fibra del suo essere di poter abbattere quella barriera di vetro colorato e intarsiato, di poter correre da lei e farle sapere che è amata, oddio, sì, amata. Dal profondo del suo animo irrompe la consapevolezza improvvisa di quel sentimento, irrevocabile e potente, come se un enorme albero avesse messo radici nel suo cuore e non potesse mai più esserne sradicato.
Così, all’unisono con la sua Bella che canta dolcemente “Egli ci ha insegnato ad amarci gli uni gli altri. La Sua legge è l’amore e il Suo Vangelo è la pace”, Edward chiude gli occhi e prega, con tutto se stesso. Non con le parole ma con l’anima, cerca nel suo cuore il sussurrare divino dell’Amore, quella chiamata ininterrotta che ancora trattiene nella radura tutte le creature del bosco, e implora che la magia non finisca, che il legame non si spezzi, che un nuovo abisso non si spalanchi a separarlo dalla sua amata per un altro infinito anno.
Quindi, come colto da una ispirazione improvvisa, Edward alza lo sguardo a fissare la stella più luminosa del cielo, che brilla proprio sopra la chiesetta, e gli pare che si allontani. Con un tuffo al cuore si sente per un attimo rifiutato, come se l’Universo intero gli stesse voltando le spalle, come se il suo amore impossibile appena confessato lo avesse reso indegno di essere amato. L’istante successivo Edward si ritrova a terra, in braccio a sua sorella Alice che lo fissa con gli occhioni sgranati. In un istante Esme, Carlisle ed Emmett li raggiungono, mentre una strana agitazione si impadronisce delle altre creature presenti.
“Edward, che è successo?”, domanda Esme.
“Come diamine hai fatto a cadere, fratellino? Ti ha fatto il solletico uno gnomo?”, lo schernisce Emmett.
“Figliolo, stai bene?”, chiede ansiosamente Carlisle.
Le domande si accavallano tra loro, mentre Edward ancora cerca di capire come sia finito tra le braccia di Alice, che intanto lo posa delicatamente a terra. Edward abbassa lo sguardo, un po’ confuso, e invece di rispondere a tono commenta stranito:
“Ho le scarpe bagnate”.
“Bagnate?”, si stupisce Carlisle.
“Che ti importa delle scarpe, damerino?”, scherza Emmett.
“Sei scivolato?”, si preoccupa Esme.
“È umano”.  
Nuovamente le domande dei suoi familiari attoniti si sovrappongono tra loro, con scarso senso logico a dire il vero, finché l’ultima affermazione, fatta sottovoce da Alice, non zittisce tutti.
“Come hai detto?”, chiede Carlisle, che in realtà aveva sentito benissimo ma non voleva capire.
“È… è tornato umano”, ripete lei.
“Oh mio Dio… è la trasformazione? Sta per morire? Carlisle? Carlisle, fai qualcosa!”, singhiozza disperata Esme, torcendosi le mani.
Carlisle, che nella sua lunga vita vampira aveva assistito più volte alla ritrasformazione che precede il rapido decadimento e la morte dei vampiri, fissa per bene Edward prendendogli il viso delicatamente tra le mani e poi scuote il capo, incredulo ma sollevato:
“No. Non … non è così che avviene.”.
Man mano che lo strano fatto diventa evidente a tutti, tra le creature presenti dotate di parola iniziano a serpeggiare i commenti, alcuni stupiti, altri benevoli, altri ancora decisamente negativi, mentre gli animali si agitano sempre più, combattuti tra l’obbedienza alla legge che vieta i contatti con gli umani durante la celebrazione, e il richiamo che li trattiene nei pressi dell’altare per la cerimonia.
Edward intanto, ancora incredulo, si fissa le mani, si strofina gli occhi più volte, incapace di comprendere come mai improvvisamente gli sembri di vedere tutto confuso e molto più buio del normale; quindi viene scosso da un violento brivido di freddo.
“Tesoro… devi entrare, o ti congelerai”, sussurra Esme, con le lacrime agli occhi, mentre strofina le braccia a Edward per riscaldarlo, come fosse un bambino piccolo.
“Entrare?”, ribatte lui, guardando il portone socchiuso e iniziando a intuire qualcosa.
“Non puoi stare qui. Sei umano!”, inizia ad inveirgli contro una delle fatine, svolazzandogli dritta sul naso.
“Ma non possiamo nemmeno lasciarlo andare… rivelerà la nostra esistenza!”, minaccia uno degli altri vampiri, scoprendo i denti in modo sinistro.
“Non ci pensare nemmeno!”, ringhia Emmett, parandosi davanti al fratello per proteggerlo.
 “Zitti ora. Ascoltate!”, proclama uno degli Elfi, con tono autoritario, indicando la chiesa. Il silenzio cala improvviso sulla radura, mentre il richiamo dell’altare diventa perentorio, l’Amore impone la sua legge insindacabile, nuovamente esseri magici e animali chinano il capo, i cuori e gli animi si calmano, accettano, accolgono la nuova creatura, tornata umana, come l’ennesimo prodigio di una Natura infinita e si dispongono nuovamente ad adorare la potenza creatrice che li ha raccolti in quel luogo sacro.
Dal portone socchiuso si leva il canto di Bella, che ora gorgheggia un felice e trionfante “Hallelujah”.
“Bella…”, sussurra Edward, che finalmente capisce cos’è successo. “… Ho chiesto di non dovermi separare da Bella!”.
E si gira a guardare i genitori adottivi. Negli occhi di Carlisle ed Esme passa un lampo di consapevolezza.

 “Mamma… mi dispiace! Io… non volevo… non voglio lasciarvi. Vi voglio bene!”, si tortura Edward, che però sente il richiamo irresistibile di quel portone semichiuso, di quella luce calda che lo attrae, di quella voce dolce che lo strega, il sussurro dell’altare che gli dice che il suo posto, ora, è dentro la chiesetta, non fuori.
“Tesoro… anche noi ti vogliamo bene… ma devi andare. È accaduto un miracolo… anche le mie preghiere sono state esaudite, sai?”, sussurra Esme dolcemente, mentre lo tocca indecisa tra stringerlo a sé o spingerlo verso la chiesa.
“Cosa vuoi dire, mamma?”.
“Ho tanto desiderato che almeno uno dei miei figli potesse crescere. Non semplicemente trovare un compagno, ma maturare, lasciare il nido, formare una famiglia, invecchiare. A nessuna madre vampira questo è concesso: tu, tu sei il mio sogno che si avvera!”.
“Non voglio perdervi”, insiste disperato lui.
“Non ci perderai! Saremo sempre vicino a te, anche se tu non potrai vederci. La legge divina ci vieta i contatti con gli umani, ma tu saprai sempre che ci siamo”, dichiara con intensità Carlisle.
“Riempiremo di regali i nostri nipotini!”, sorride teneramente Alice.
“Ti costruiremo una casa bellissima, Edward. Sarà il nostro regalo di nozze”, aggiunge Emmett, con una pacca sulla spalla al fratello per mascherare la commozione.
“Nozze? E … se non le piaccio?”, si preoccupa Edward, preso da una nuova ondata d’ansia.
“Le piacerai, figliolo. Ora vai, e non prendere freddo”, lo rassicura Esme, accarezzandolo materna.
“Tieni questa. Ti servirà. E ricorda: non puoi parlare di noi. Più di tutto, dovrai mantenere il segreto sulla notte della Vigilia. Se infrangi questa legge di Natura, la punizione sarà terribile”, scandisce il re degli Elfi, porgendo a Edward un mantello di lana elfica, leggera e caldissima.
“Vai, Edward, il tuo futuro ti aspetta!”. E con un ultimo abbraccio la famiglia vampira si allontana dal cono di luce del portone, mentre Edward si avvia all’interno della chiesa.

Dieci anni dopo.
Nella chiesetta bianca della radura si sta celebrando, come ogni anno, la funzione della Vigilia di Natale. Bella si alza, raggiunge il centro della navata, sorride ai suoi compaesani e cerca nel suo cuore l’ispirazione per cantare, ancora una volta, l’Amore. Come sempre, trova la giusta concentrazione solo quando incrocia un paio di meravigliosi occhi verdi che la fissano adoranti, in attesa, da dietro il pianoforte. Suo marito Edward è pronto ad accompagnare il suo canto, come fa sempre, in chiesa e a casa, da quando era comparso misteriosamente, proprio dieci anni fa, elegante e bellissimo in cima alla navata, durante la celebrazione della Vigilia. Anche allora, nonostante non lo avesse mai visto prima, quello sguardo ebbe da subito il potere di tranquillizzarla e incoraggiarla, come se il Creatore di tutte le cose le sussurrasse parole benevole attraverso di esso. Anzi, Bella aveva avuto la sensazione che quegli occhi di smeraldo non fossero davvero sconosciuti, che fossero con lei a vegliarla fin da quando, poco più che bambina, aveva cantato per la prima volta a quella celebrazione, dopo che la comunità aveva scoperto per caso il suo talento e le aveva quasi imposto di cantare alla messa della Vigilia. Ora, tre paia di quegli stessi occhi verdi, solo un po’ più piccoli, la osservano anche dalla prima fila di panche, dove i suoi meravigliosi bambini di 9, 6 e 3 anni guardano incantati i genitori che accompagnano la messa di Natale con il canto e la musica.
Bella inizia a cantare e la magia della sua voce, accompagnata dalle note perfette del piano, in un’armonia quasi sovrumana, ancora una volta porta la pace nei cuori dei suoi compaesani, esaltando l’Amore benevolo e accogliente, promettendo conforto e prosperità grazie alle mani sapienti della Natura creatrice. Fuori dalla chiesetta, creature magiche e animali si abbeverano a quel suono idilliaco, mentre l’altare al centro della chiesa ripete il suo richiamo senza tempo.
Edward, al pianoforte, segue d’istinto il canto dolce della moglie, gli occhi fissi su di lei, le mani che volano sulla tastiera. Anche lui ripensa a quella notte di dieci anni prima, quando era entrato nella chiesetta per la prima volta, e il canto di Bella era come se fosse rivolto solo a lui. Lei lo aveva guardato, lo aveva visto davvero, e a lui già sembrava un miracolo; e poi, come nel suo sogno, gli aveva sorriso. Cantava con lo sguardo fisso su di lui, ed era come se la sua voce lo accarezzasse, gli scompigliasse i capelli, gli toccasse il cuore con invisibili dita. Ogni nota era come balsamo su una ferita, come rugiada sulla bocca riarsa; consolava, leniva, riparava. Cancellava gli anni passati nell’attesa e mormorava la promessa di un futuro felice a portata di mano.

Dopo la funzione, Edward aveva evitato con destrezza domande e pettegolezzi sul suo strano arrivo in piena notte, parlando vagamente di una eredità, di una strada smarrita e di una guida inaffidabile. Disse di essere giunto al paese trovandolo vuoto, e di avere seguito quindi le tracce nella neve fino alla chiesetta. Fu quindi ospitato dai generosi paesani per alcune settimane, il tempo di “sistemare i suoi affari”, come aveva detto, finché non aveva trovato una mattina sul comodino le indicazioni per la sua nuova casa. Era un po’ isolata, in una radura nella foresta, ma a Bella era piaciuta e c’era un sacco di spazio per i bambini.

Si erano sposati pochi mesi dopo, e oggi … oggi è di nuovo la Vigilia di Natale, e Edward non potrebbe essere più felice. Alza lo sguardo, come ogni anno, verso il rosone della chiesetta, e con le labbra mima alla sua famiglia invisibile, ma certamente presente, un muto “Buon Natale, vi voglio bene”. 

25 commenti:

  1. WOW! WOW! WOW! Cosa posso dire se non WOW! Definirla romantica, natalizia, magica, stupenda... è riduttivo! GRAZIE per questa storia e per avermi fatto entrare in un mondo così magico! Quando ho finito di leggere avevo le lacrime agli occhi e non solo per la commozione che ha fatto nascere questa storia, ma perchè dovevo salutare quella magia! BRAVISSIMA!!!

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  2. Davvero originale e carina. Paola Pellegrini.

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  3. Storia molto ricca di emozioni e d'amore, peccato che alla fine io abbia pianto come una bimba, mi sarebbe davvero piaciuto scoprire qualche cosa in più ma va bene così. Un bacio alla scrittrice Giovanna Sieni

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  4. ... so che sono un tipo romantico...ma l'ho riletta tre volte e ogni volta mi commuovo sul finale! Si può???

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  5. Bellissima, magica, originale, commovente... non ci sono altre parole per descriverla! Normalmente non mi piacciono le storie così descrittive, con così poca "azione" e assenza di dialoghi, ma questa mi ha davvero rapita tenendomi incollata riga dopo riga, in trepidante attesa (di Edward, ovviamente) ma anche di sapere cosa sarebbe successo, di come sarebbe evoluto il tutto. Bellissima l'idea del richiamo della natura per tutte le creature umane, non umane e fatate, esaltante la preghiera esaudita di Edward, ottimo il lieto fine!
    Un grande grazie all'autrice, che credo di aver individuato, per aver condiviso con noi questa meravigliosa storia!

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  6. Dicevo (stu strunz mi ha cancellato il commento) E' bellissima. E te lo dico con tutta la solennità possibile. Bella l'idea, la narrazione, l'Italiano e più di tutto bella la passione che permea tutto il racconto. Mi ha emozionato.
    -Sparv-
    Superlativa.

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  7. Un incrocio fra storie di druidi e Walt Disney. La raccolta di tutti gli animali fuori dalla chiesetta, infatti, mi ricorda irresistibilmente il risveglio di Bianca Neve nel bosco, dopo la fuga dal cacciatore che avrebbe dovuto ucciderla per ordine della perfida matrigna. La tavola sacra invece mi riporta alle storie di Narnia, con il potere magico di sconfiggere la morte grazie all’amore. In questo caso ad essere sconfitto è una particolare tipo di morte, quello legato all’immortalià che separa i vampiri dagli esseri umani. Il canto magico di Bella (come quello di Calipso e Circe) dono la vita vera, quella che comprende un inizio, ma anche un fine, la gioia, ma anche il dolore. E’ una storia tenera fra Bella/Cappuccetto Rosso e Edward/ Victor Van Dort, con i ruoli che si mescolano e si ribaltano. Qui abbiamo uno sposo cadevere che riacquista la sua umanità grazie all’amore per la fanciulla dal canto che suscita la vita, feconda la terra e promette la primavera. Davvero tantissime citazioni.

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  8. Questa storia è uno spettacolo!!! Scritta divinamente, piena di descrizioni suggestive e poi romanticissima!!! L'ho adorata, complimenti!!!
    Aleuname.

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  9. Non ho parole per descrivere le emozioni che mi hai donato.
    Posso solo ringraziarti per avermi trasportato in questo mondo fatato o reale ma che a noi comuni mortali non è permesso conoscere.
    I miei sinceri complimenti e ... grazie.

    JB

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  10. Questa storia è strepitosa. E' piena di tutto: amore, mitologia, credenze... e mi accodo a ciò che ha detto Ciaspola perché anche io ci ritrovo Disney, Narnja e... Midnight sun. Sì perché Edward, nella versione dal suo punto di vista, desidera più volte di essere un umano per poter vivere il suo amore per Bella come si deve...
    E' stata pura emozione e merita di vincere anche solo per essere così fuori dalle righe rispetto al solito. Bravissima...

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  11. Io non amo particolarmente questo genere ma veramente è scritta benissimo questa storia. Un sacco di descrizioni suggestive che ti fanno volare alto con la fantasia. Veramente tutti i miei complimenti all'autrice!

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  12. Mi è piaciuta tantissimo questa storia, non so cos'altro scrivere. Magica!
    Scritta benissimo ti fa entrare dentro, sembra di poter davvero vedere tutte le creature magiche riunite fuori per onorare la notte speciale per ogni creatura.
    Complimenti davvero e grazie.

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  13. Che meraviglia! Ho le lacrime agli occhi mentre scrivo e il cuore pieno di speranza. Con questa storia sei riuscita a suscitarmi ottimismo per il futuro. Una magia, non saprei come altro descriverla. Grazie.

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