lunedì 10 aprile 2017

Regolamento




16° TWILIGHT FANFICTION CONTEST DEL GRUPPO FFFI (già FSOTFF)
(blogger ha deciso di mischiare le carte all'interno del blog generale, non fornendo più un elenco cronologico dei blog già pubblicati, quindi non saprei... credo di averne contati 15 già fatti, ma sono sicura che, tipo, Denise Masen mi saprà fornire un numero certo :D )


"NATALE A PASQUA"

1) Personaggi:
Dovranno essere usati i personaggi della Twilight Saga.
2) Genere:
Ammessi tutti i generi: drammatico, comico, tragico, erotico, sentimentale, vamp, fantasy, ecc.
3) Contesto:
A piacimento. Unica particolarità richiesta: la passione.
4) Era:
Qualsiasi
5) Luogo:
Qualsiasi
6) Modalità di scrittura:
La storia potrà essere scritta nella forma preferita, sia in prima persona che in terza persona. Può prevedere cambi di POV (pont of view - punto di vista).
7) Forma:
ONE SHOT - La storia dovrà essere in capitolo UNICO ed avere senso compiuto. Se la storia è a capitoli, sarà comunque pubblicata in un unico post.
8) Lingua:
Italiano
9) Regole:
- La storia deve essere nuova, mai pubblicata né interamente né in nessuna delle sue parti.
- La storia deve essere corretta al meglio delle possibilità individuali;
- Non è obbligatorio il betaggio;
- Non saranno accettate richieste di betaggio alle admin, quindi le storie saranno postate così come inviate;
- Dovete allegare una sola foto o un banner in accompagnamento alla storia; dette foto non dovranno mostrare in alcun modo organi genitali e non potranno mostrare il nome dell'autrice.
- La storia non potrà includere atti sessuali con bambini o animali;
- La lunghezza della storia non potrà essere inferiore alle 5 pagine di Word, o editori di testo simili, in carattere simile all’11 Arial, e non superiore alle 90 pagine. Detti termini di lunghezza sono puramente indicativi e affidati al buon senso delle autrici.
- La storia deve essere ANONIMA, così come la foto o banner in allegato, che invece potrà contenerne il solo Titolo.
- Durante il periodo del contest non si potrà dare alcun indizio sulla storia che si sta scrivendo, pena la squalifica.
10) Termini di consegna lavori:
---
11) Inizio contest:
La data di pubblicazione delle storie avverrà in blog apposito SABATO 8 APRILE 2017
12) Fine contest:
La data di fine del contest è fissata SABATO 29 APRILE 2017 ore 23.59, con la chiusura del blog ai commenti.
13) Le storie non potranno essere pubblicate altrove prima della fine del contest celebrata con la premiazione delle vincitrici.
14) Modalità di voto 
Potrete scegliere le vostre 3 storie preferite dando solo a queste tre storie un voto da 1 a 3: 1 per la medaglia di bronzo, 2 per la medaglia d'argento e 3 per la medaglia d'oro. Il voto dovrà essere scritto nello spazio dei commenti, in un commento a parte, in forma numerica in modo tale da facilitare la lettura per il conteggio.
15) Commenti: Naturalmente è gradito il commento che sarà scevro da punteggi e dovrà esprimere il giudizio personale sia per spiegare l'apprezzamento o meno di ogni storia, sia per lasciare una testimonianza dell'avvenuta lettura e sia per aiutare l'autrice a migliorarsi.
Alle autrici è NEGATA la possibilità di rispondere fino a contest concluso.
16) Premi:
Saranno assegnate delle foto targa alle prime classificate per ogni categoria.
17) Le admin si riservano il diritto di ritirare le storie dal contest qualora non rispettino i punti sopra indicati.
18) Per qualsiasi suggerimento o modifica al regolamento rivolgersi alle admin anche nei commenti in chiaro nel gruppo.
19) Nel qual caso vengano utilizzate immagini o edit reperite in Internet, si ringrazia l'autore e se ne accreditano i diritti al legittimo proprietario.

IL REGALO DI NATALE





Seduto su una panchina del parco chiudo gli occhi per gustarmi il tiepido calore del sole sulla pelle. È la vigilia di Natale, la giornata è splendida e l’aria è frizzantina a causa della neve caduta nelle ultime ore.
Non posso fare a meno di riflettere che, nonostante i miei 25 anni suonati, sono qui ad attendere una ragazza proprio come un adolescente alla sua prima cotta. Si chiama Bella e, oltre al nome, di lei conosco solo la voce e sono terrorizzato dal fatto che possa scappare con una scusa non appena mi vedrà.
Scaccio i pensieri negativi e sorrido ripensando a come l’ho conosciuta: era un pomeriggio di qualche settimana fa, quando ha sbagliato a comporre un numero di telefono e, invece di un negozio, ha chiamato me. La sua voce mi ha colpito subito: era così sensuale, allegra e vivace che ho sperato non riagganciasse subito. Per fortuna le mie preghiere sono state esaudite: ridendo si è scusata e, dopo avermi chiesto come mi chiamassi, siamo rimasti a chiacchierare per più di un’ora. Il giorno dopo mi ha inviato un sms e abbiamo iniziato a sentirci e mandarci messaggi tutti i giorni finché, ieri, mi ha proposto di incontrarci di persona. Ovviamente le ho risposto di sì, ci stavo pensando già da un po’, ma avevo troppa paura per fare il primo passo. Ho accettato con un po’ di timore, ma non avrei potuto fare altrimenti: Bella è riuscita, con semplicità e naturalezza, a insinuarsi nei miei pensieri e il desiderio di incontrarla è stato, da subito, davvero fortissimo.
All’improvviso, attraverso le lenti scure degli occhiali da sole, scorgo una forte luce. Tolgo gli occhiali e sbatto le palpebre, il cielo è incredibilmente blu e sgombro di nuvole. Gli occhi mi dolgono a causa della luce intensa che illumina e fa brillare il manto candido della neve che ricopre ogni cosa. Mi guardo attorno e rimango meravigliato da ciò che mi circonda, sono attratto dai mille particolari e dalle mille sfumature che colorano il parco a quest’ora del tardo pomeriggio, in cui il sole sta iniziando lentamente a calare dietro gli alti palazzi di Seattle. Un bambino, con un giubbotto di un abbagliante color arancione, corre inseguendo il suo cagnolino e riempiendo l’aria con la sua risata. Qualche metro più avanti, un carrettino di colore azzurro a righe bianche avanza lentamente, mentre il titolare richiama l’attenzione della gente infreddolita suonando un campanello in ottone e urlando «Bevande calde!»
Sbatto più volte le palpebre, incredulo, mentre un sorriso si allarga sul mio viso. Non sto dormendo… non sto sognando. Vorrei iniziare a saltare e a urlare, ma il buonsenso mi consiglia di non farlo: c’è troppa gente e mi prenderebbero per pazzo. Come per incanto, all’improvviso, un senso di quiete e tranquillità mi invade, accompagnato da un profumo di fresia. «Buongiorno. Edward?»
Mi volto verso quella voce che aspettavo con tanta ansia.
«Sì. Ben arrivata Bella!» rispondo cercando di nascondere l’agitazione; mi alzo e le porgo la mano, dandole due baci sulle guance.
«Scusa il ritardo, ho avuto un imprevisto» si giustifica con un dolce sorriso.
«Nessun problema, sono appena arrivato anch’io.» mento sorridendo a mia volta, mentre ci sediamo l’uno accanto all’altra sulla panchina.
Bastano pochi minuti per far passare la tensione del nostro primo incontro e la paura di deludere le sue aspettative. Chiacchieriamo come due vecchi amici, con complicità e naturalezza, mentre contemplo quel volto che vedo per la prima volta. La sua bellezza, che prima potevo solo immaginare, mi lascia senza fiato e mi smarrisco subito in quegli occhi castano-dorati che ricordano le mille sfumature delle foglie d’autunno. I capelli, di una calda tonalità castana, sono lisci e lunghi fino alle spalle e mettono in evidenza il collo sottile e sensuale. Il fisico è aggraziato e minuto mentre il volto, reso pallido dalla bianca luce dei lampioni, la fa sembrare una bambola di porcellana.
Con lei sono perfettamente a mio agio. Mi piace la sua voce, il suo modo di parlare, il suo profumo… e con lei accanto il mondo scompare, dimentico il presente, le persone che ci circondano, i miei problemi… tutto.
Trattengo a stento l’inaspettata emozione di veder realizzato il desiderio di dare un volto alla persona che, con la sola voce, mi ha fatto così tanta compagnia in queste ultime settimane.
«Sembri felice.» esclama con un sorriso, guardandomi intensamente negli occhi come se cercasse di parlarmi con il solo sguardo.
«Sì, oggi è tutto così bello che è impossibile essere tristi! Guarda,» affermo indicando con il braccio teso tutto ciò che ci circonda, «la bellezza della neve che ricopre tutto con il suo magico candore! La gioia sul volto dei bambini che ridono felici! Tutto è così pieno di vita…»
Mi rendo conto che il mio entusiasmo è talmente infantile da poter sembrare ridicolo, ma Bella mi sorride: sembra capire e comprendere il mio stato d’animo e la mia gioia, perfino la mia sorpresa.
«Mi stavo chiedendo…» mormora, «È la sera della vigilia, hai degli impegni? Fa molto freddo qui fuori, mi piacerebbe invitarti a casa mia, offrirti una cioccolata calda e poi, magari, andare a cena.» mi prende una mano tra le sue e rabbrividisco al contatto: sono gelide e comprendo il suo desiderio di andare in un posto più caldo. Non ci penso un istante, ed annuisco.
«Farebbe molto piacere anche a me» rispondo stringendole le mani nelle mie.
Il suo sorriso si fa talmente luminoso da farle brillare lo sguardo. Come un gentiluomo d’altri tempi la prendo a braccetto e mi lascio guidare verso casa sua continuando a chiacchierare del più e del meno. Mentre l’ascolto, alzo gli occhi al cielo e mi perdo a contemplare i colori sgargianti del tramonto: ormai si è fatto tardi e l’arancione è così vivido da sembrare fuoco liquido e il rosa, intenso e brillante, sfuma nel viola e poi nel blu intenso della notte.
È tutto perfetto.
«Siamo arrivati.» esclama Bella facendomi tornare con lo sguardo verso la strada dove, di fronte a me, vi è un palazzo antico ristrutturato. Entriamo nell’androne e rimango estasiato dalla sua bellezza ed eleganza. Tutto, pavimento e rivestimento delle pareti, è di marmo chiaro e lucido. Su due consolle in legno scuro finemente lavorate con motivi dorati, una a destra e una a sinistra dell’entrata, ci sono dei vasi con dei fiori freschi, anch’essi di colore chiaro.  Un grande arco dà accesso a una larga scala in marmo con una splendida ringhiera decorata in ferro battuto, in netto contrasto con tutto il marmo chiaro che lo circonda.
Bella sorride dolcemente, indicandomi con il capo l’ascensore che si è fermato al piano con un ding.
Appena le porte si aprono, rimango senza fiato nel vedere riflessa la mia immagine vicino a quella di Bella. Mi avvicino lentamente al mio riflesso e sorrido come a un amico che non vedo da tempo. I miei capelli sono talmente ribelli che sembra che qualcuno vi abbia passato le mani decine di volte. Cerco di pettinarmi, ma mi perdo nell’osservare le mie mani che presentano delle piccole escoriazioni, indizio di chi sono veramente. D’istinto le nascondo e sposto lo sguardo verso il mio viso. Nell’azzurro dei miei occhi si possono vedere riflesse le luci dell’ascensore, il naso è arrossato a causa del freddo e la mia pelle è pallida quanto quella di Bella. Sposto lo sguardo e la vedo sorridermi. Sono molto più alto di lei e, anche se da anni non pratico più sport, il mio corpo non ha risentito della mancanza di esercizio. Guardo me e Bella, e sorrido pensando che potremmo essere una bellissima coppia, così simili e così diversi.
Quando entriamo nell’appartamento di Bella faccio alcuni passi osservando ogni singolo dettaglio. Lo stile romantico è completato da alcuni oggetti antichi e particolari che lo rendono accogliente e caldo, e rispecchia esattamente l’idea che mi ero fatto di lei.
Le pareti sono di un delicato rosa antico che fa da perfetto sfondo ad un enorme albero di Natale che svetta in un angolo della stanza. È completamente bianco e decorato con tantissime piccole luci variopinte che lo illuminano ad intermittenza. Gli addobbi, di tante forme color argento, riflettono le luci creando dei giochi sfavillanti sulle pareti.
L’intero salone è decorato per il Natale: sottili ghirlande di finto pino sono appoggiate su ogni scaffale dell’immensa libreria e due enormi calze natalizie rosse, con ricami argentati, sono appese sulla mensola del camino; sul tavolino del salotto vi è una composizione di candele e aghifoglio che richiama le decorazioni dell’albero; sul divano una buffa coperta rossa, con ricamate delle renne e dei fiocchi di neve, ricopre in parte la seduta e si intona ai cuscini, anch’essi natalizi.
«Oh!» mormora Bella, guardandosi attorno come se vedesse la stanza per la prima volta, «Alice deve aver pensato che avessi bisogno di un po’ di spirito natalizio.»
«Alice?» chiedo avvicinandomi alla coperta per toccarne la morbidezza.    
Bella sorride con affetto, «Mia sorella. Devo averle accidentalmente detto che ti avrei invitato a casa e ha sicuramente pensato che avrei fatto bella figura con qualche decorazione. Evidentemente, era certa che avresti accettato… ha un certo intuito per queste cose.»
«Non sei un tipo natalizio?» chiedo indicando l’albero e tutto il resto.
«Non proprio. No,» scuote la testa, «sono anni che non festeggio. Lei, invece, adora queste cose e sicuramente ha approfittato del nostro appuntamento per farmi questa…» allarga le braccia indicando l’intero salone «…sorpresa natalizia!» si stringe nelle spalle scoppiando a ridere. «Ma mi piace.» riprende, guardando con ammirazione il lavoro della sorella, «Sicuramente si sarà divertita un sacco a fare tutto questo… quindi per quest’anno il mio regalo gliel’ho fatto!» e scoppia a ridere nuovamente, scuotendo il capo. 
La sua risata è contagiosa e non riesco a trattenermi dal ridere con lei.
«Adora fare shopping e ama tutto quello che è fashion e trendy.». Continua facendo una smorfia buffa.
«È lei che ha arredato il tuo appartamento?» chiedo toccando gli aghi di pino che decorano il camino.
«No!» scoppia a ridere «Altrimenti sarei invasa da oggetti di design. Ho scelto quasi tutto io, a parte qualche regalo che mi ha fatto nel tempo…» indica uno strano oggetto, che non riesco ad identificare, appoggiato al ripiano della libreria «…ogni oggetto e mobile di questo appartamento è un pezzo della mia vita.»
Mi guardo attorno, cercando di immaginare la storia di Bella dagli oggetti che sono in casa sua.
«Ma non siamo qui per parlare di quel folletto malefico. Ti ho promesso una cioccolata calda… seguimi!» e, prendendomi per mano, mi accompagna attraverso il salone.
Superata una libreria che funge da divisorio, un immenso quadro mi fa rimanere senza fiato. È un tripudio di colori ed emana voglia di vivere, gioia, felicità… Raffigura un giardino in primavera ed una bambina che corre tra i fiori, con le braccia e il volto rivolti verso il cielo. Mi avvicino e con la punta delle dita sfioro la tela, è grezza e mi solletica i polpastrelli trasmettendomi la sensazione dell’erba sotto le dita, allora chiudo gli occhi per assaporarne la magia.
«È un ricordo di mia madre.» Spiega affiancandomi, «È tra i miei preferiti. L’ha dipinto quando ero piccola e raffigura un giardino dove mi portava sempre a giocare.» Passo dall’ammirare il bellissimo quadro a contemplare il volto malinconico di Bella, che lo osserva con un velo di tristezza. Mi avvicino per consolarla e lei sorride proprio come la bambina del quadro.
«Tua madre aveva talento…» affermo mentre la mia attenzione viene attirata da un vaso colorato in maniera particolare e dalla forma alquanto bizzarra, appoggiato sull’isola della cucina. Mi avvicino per guardarlo meglio e mi trattengo dal prenderlo.
«È uno dei regali di Alice,» risponde volgendo gli occhi al cielo, «non ricordo l’autore, credo qualcosa tipo… Woodman.» Lo afferra come fosse un giocattolo e me lo porge invitandomi con lo sguardo a prenderlo.
«Ma è di stoffa!» esclamo stupito mentre chiudo gli occhi per saggiarne meglio la strana consistenza.
Bella annuisce, «Terracotta ricoperta da stoffa.» specifica, sorridendo e drizzando le spalle con fare da saputella, facendomi ridere.
«Hai una casa bellissima, complimenti.» mormoro restituendole il vaso e osservando la cucina illuminata dalle luci di Natale che la addobbano. È in legno bianco e sembra nuova da quanto è perfetta.  
«Grazie. Ma non hai ancora visto la parte migliore...» Facendo l’occhiolino mi prende nuovamente per mano e, guidandomi sulle scale che portano al soppalco, spegne la luce lasciando l’appartamento in penombra.
Arrivati sul ballatoio rimango ammaliato dal panorama di Seattle che si staglia oltre la finestra. Mi avvicino al vetro per ammirare al meglio la città imbiancata, con le luci natalizie che riverberano sulla coltre di neve rendendo il tutto magico.
«È bellissimo.» sussurro perdendomi ad osservare ogni singola finestra illuminata, ogni albero di natale, ogni macchina che transita con difficoltà sulle strade innevate.
«Tutto il mondo lo è… per chi ha la fortuna di poterlo contemplare…» mormora malinconica, con le braccia conserte, mentre si avvicina guardando oltre la finestra.
La sua frase mi lascia perplesso, mentre uno strano brivido mi attraversa il corpo. Osservo il suo riflesso cercando sul suo viso una risposta al dubbio che mi sta assalendo.
«Il mondo è un luogo fantastico. Pieno di luoghi meravigliosi, paesaggi, colori e sfumature… Dovresti vedere l’aurora boreale, ha qualcosa di magico.» continua, senza distogliere lo sguardo dal panorama.
Rimango ad osservarla attraverso il suo riflesso e, quando sorride, come risvegliato da un incantesimo, mi volto verso di lei, «Davvero hai visto l’aurora boreale?» Voglio sentirla parlare, ho bisogno di sentirla parlare per scacciare quello strano presentimento che si sta facendo strada dentro di me.
Bella annuisce, «E tu, l’hai mai vista?»
«No».
«Nemmeno in fotografia?»
Se solo sapesse… Mi sento in imbarazzo per quanto poco io abbia visto del mondo.
«C’è qualche problema, Edward? Ho detto qualcosa che…» mi chiede voltandosi verso di me e guardandomi come se…
«Nulla…» rispondo velocemente e negando con il capo sia per enfatizzare la risposta che per allontanare la strana sensazione. «Ma tu sei così colta, hai fatto molte esperienze, conosci l’arte e io… praticamente… sono anni che non vedo… visito nulla.» tentenno.
Il sorriso dolce di Bella mi scalda il cuore, provocando un brivido che mi saetta lungo la schiena e si ferma nello stomaco.
«Non vedo come questo possa essere un problema. Potremmo visitare il mondo insieme… o se non vuoi viaggiare… io potrei essere i tuoi occhi…» propone con dolcezza facendosi più vicino. «Devi solo volerlo…»
La sua mano scivola lungo la mia guancia e sulla nuca. Rimaniamo a guardarci per lunghi, interminabili momenti in cui, nel silenzio, sento solo i nostri respiri. Le luci provenienti dalla città rendono il momento estremamente magico e mi fanno desiderare solo di annullare la distanza che ci separa. Sono settimane che sogno quelle labbra, che le immagino sulle mie, che le desidero più di ogni altra cosa e ora, che Bella è qui davanti a me, che la posso toccare e vedere, il desiderio è ancora più pressante. Se penso a com’ero teso e nervoso all’idea del nostro incontro, dal fatto che potesse rimanere delusa e non mi accettasse per quello che sono… che ero. E poi…
Bella mi prende il viso tra le mani. Il suo respiro mi solletica il volto mentre mi perdo in quegli occhi che mi stanno scavando nell’anima.
«Anche se, a volte, non è con gli occhi che si provano le emozioni più belle.» sussurra, avvicinandosi con una lentezza che mi fa attanagliare lo stomaco, ma che ringrazio perché mi permette di gustare ogni singolo momento, fino a quando le nostre labbra si uniscono. Dapprima è un bacio dolce e lento: ci assaggiamo, timorosi di superare un confine pericoloso, ma man mano ci facciamo più passionali. Faccio un passo avanti, premendomi contro di lei ed allacciandole le braccia intorno alla vita. Schiude le labbra in un muto invito e la mia lingua si intrufola a cercare la sua. Geme nella mia bocca in balìa delle stesse emozioni, folli e bramose, che travolgono me. Mi spingo maggiormente contro di lei, facendola indietreggiare fino al muro alle sue spalle. La desidero come non ho mai desiderato nessun’altra donna, e sono attratto da lei in maniera irresistibile. Le nostre mani vagano senza sosta sul corpo dell’altro, mentre ci baciamo con una passione incontenibile.
Come un tempo, ogni inibizione e paura svaniscono e, preso dalla frenesia, le alzo la maglia con la voglia irrefrenabile di sentirla, di toccarla ma, appena sfioro la sua pelle delicata e fredda, il buonsenso si rimpadronisce di me e, anche se riluttante, mi allontano leggermente, risistemandole la maglia.
«Perché?» chiede con lo sguardo pieno di passione e lussuria. Appoggia le mani sulle mie spalle e mi tiene fermo con una forza che mi renderebbe impossibile allontanarmi, se mai volessi farlo. Scuoto il capo per mantenere la lucidità e ricordarmi che non sono il tipo d’uomo che si approfitta di una donna che l’invita a bere una cioccolata calda.
«Non ti piace?» mi stuzzica, avvicinando nuovamente il suo corpo al mio.
«Mi piace… eccome…» rispondo con la salivazione azzerata e deglutendo a vuoto, mentre si stringe a me premendo sulla mia eccitazione.
«Sento che ti piace.» mormora maliziosa, «Non pensare… segui l’istinto… amami…»
Senza lasciarle aggiungere altro, unisco nuovamente le nostre labbra e spingo un ginocchio tra le sue gambe, inchiodandola col bacino alla parete. Le sue mani scendono sui miei fianchi, infilandosi sotto la camicia e scivolando sul mio corpo. Il contatto tra il freddo della sua pelle e la mia, bollente, mi fa rabbrividire e perdere il lume della ragione. Afferro i lembi della sua maglia e gliela sfilo lasciandola con un semplice reggiseno di pizzo rosso, in netto contrasto con la pelle diafana.
Continuo a baciarla con sempre più foga, sfiorandole ogni centimetro di pelle con le mani e con labbra. Bella prova a slacciarmi i bottoni della camicia ma, dopo il primo, la strappa lasciandomi a torso nudo, poi mi attira nuovamente a sé, come se potesse prendere ossigeno solo dalle mie labbra. Le mie mani vagano ad accarezzare il suo corpo che pare di marmo tanto è freddo e granitico, in folle contrasto con il mio.
Le bacio il collo scendendo senza urgenza verso i seni, mentre le slaccio il gancetto sulla schiena. Con una mano posata sulla mia nuca mi incita a proseguire il percorso, ma mi piace tenerla sulle spine, vedere e sentire la voglia che ha di me e, sorridendo, faccio scivolare lentamente il suo reggiseno a terra.
Dalla gola le sale un suono gutturale, un mugolio estremamente sexy ed eccitante.
«Mi vuoi, Bella?» chiedo, giocando con le labbra a pochi centimetri dal suo capezzolo.
«Oddio, sì Edward!» ringhia ed io stringo tra le labbra un capezzolo assaporando i suoi gemiti.
Le sbottono i jeans con mani frementi, abbassandomi sulle ginocchia per sfilarli insieme agli stivali. Le abbasso il perizoma in pizzo e appoggio il viso sulla sua pancia, baciando e leccando l’ombelico. Passa le sue piccole mani tra i miei capelli, afferrandone le ciocche tra le dita e mugolando al piacere dei miei baci. Mi alzo in piedi e, continuando a baciare ogni singola parte del suo collo, mi sfilo i jeans e premo il mio corpo nudo contro il suo, calda lava contro freddo marmo. Le sollevo una gamba portandomela sopra al fianco mentre seguo con lo sguardo la mia mano che accarezza la sua pelle perfetta. Mi appoggio appena alla sua apertura, gemendo nel vedere i suoi umori che inumidiscono la punta del mio sesso.
«Guardami, Edward.» ordina con voce sensuale prendendomi il viso tra le mani. Obbedisco, perdendomi nuovamente in quegli splendidi occhi così intensi e vivi da incendiarmi. La voglia di sentirla intorno a me mi fa entrare in lei con una sola spinta che le strappa un gemito. La prendo per i fianchi, bloccandola tra me e la parete, mentre spingo in lei con una frenesia che non avevo mai provato. Gemendo, si aggrappa a me stringendo le gambe attorno alla mia vita permettendomi di affondare maggiormente in lei. Sento il piacere crescere ad ogni affondo e, mentre tutto il suo corpo si tende per l’orgasmo, i muscoli del suo sesso stringono il mio donandomi sensazioni indescrivibili. Allaccia lo sguardo al mio e mi osserva facendomi andare a fuoco. Si prende il labbro inferiore tra i denti e gemo alla vista di quel gesto sensuale. Aumento la velocità delle spinte mentre lei continua a trasmettermi tutto ciò che prova attraverso lo sguardo. Alcune ciocche di capelli le ricadono sul viso e le sposto perché voglio continuare a contemplare il suo volto illuminato dal piacere che le sto donando. Stringe le mani sulle mie spalle, e allarga la bocca gridando il mio nome mentre l’orgasmo la raggiunge.
Si accascia contro di me, il viso sulla mia spalla, le gambe ancora a stringermi i fianchi e, mentre l’abbraccio stretta, cammino verso il letto che sta alle mie spalle.
Sollevo le coperte e l’adagio sulle lenzuola per poterla ammirare in tutta la sua bellezza. «Sei splendida.» mormoro accarezzandole con l’indice il fianco e seguendo con lo sguardo la mia mano. Arrivo al suo centro e lei muove il bacino invitandomi a proseguire. Le sorrido ed entro in lei con il dito, ammirandolo mentre scompare nelle sue pieghe. Mi sposto senza smettere il movimento e, con lentezza, le prendo le caviglie e le appoggio alle mie spalle per poter contemplare il suo centro lucido di piacere.
I suoi seni che si alzano ed abbassano attirano il mio sguardo e mi danno il ritmo, mentre osservo ogni singola parte del suo bellissimo corpo. Non ha nei, imperfezioni o cicatrici… sembra irreale da quanto è perfetta.
«Ti prego… vieni per me...» mormora con voce roca e spostandosi per far uscire il mio dito da lei. Con un movimento veloce, quasi irreale, si siede su di me e mi fa scivolare dentro di lei, poi si muove lentamente torturandomi ed aumentando il mio desiderio di venire.
«Non ho i…»
«Non preoccuparti.» risponde velocizzando il movimento e rendendomi impossibile resistere ulteriormente.  Mi lascio andare al piacere e, sussurrando il suo nome come una litania, riverso in lei il mio orgasmo. La stringo forte e chiudo gli occhi, aggrappandomi a lei per la paura che scompaia, che questa splendida giornata si riveli solo un bellissimo sogno. Sento il mio nome urlato dalle sue labbra mentre il piacere la invade. Apro gli occhi per guardarla, ma vedo solo il buio. Turbato, la stringo ancora più forte, come stringo gli occhi per paura di ciò che potrei vedere, o non vedere, se li aprissi ancora. Ci accasciamo sul letto, con il respiro mozzato, ancora tremanti per il piacere, anche se il mio tremolio è amplificato dalla paura di aprire gli occhi.
La mano gelida e delicata di Bella mi accarezza la guancia e risale fino alle palpebre, seguita da un bacio.
«Apri gli occhi, Edward.» sussurra continuando ad accarezzarmi il viso.
Con timore, li apro lentamente e sorrido nel poter sprofondare ancora nei suoi occhi. Faccio appena in tempo a rendermi conto che, ora, sono neri come due pozze di onice fuso, che lei abbassa la testa, sussurrando «Mi dispiace.».
La guardo sgomento: si è forse pentita per ciò che c’è stato tra di noi? Non posso essere stato l’unico a provare emozioni così intense!
«Non sono pentita per il sesso stratosferico.» sorride, ma è un sorriso amaro, triste. Mi accarezza i capelli, gli occhi nei miei, per farmi capire che non sta mentendo. «Mi dispiace aver perso il contatto… facendoti tornare nel buio, anche se per poco.»
A quelle parole mi irrigidisco e deglutisco cercando di mettere a fuoco il loro significato. Mi siedo sul letto, seguito subito da lei, e mi stropiccio il volto cercando di convincermi che non ha detto ciò ho sentito.
«Conosco il tuo segreto.» mormora così piano che per un momento credo di essermelo immaginato. «So della malattia che ti ha colpito e delle sue tremende conseguenze.» parla dolcemente, mettendosi di fronte per guardarmi negli occhi. Mi prende una mano tra le sue, ma io la ritraggo sconvolto, con mille pensieri e mille domande che mi vorticano nella testa.
«Sono mesi che ti osservo al parco e ho visto il modo in cui tieni lontane le persone. Mi faceva così rabbia vederti sempre solo, chiuso nel tuo mondo buio, in cui non permettevi a nessuno di entrare per paura che lo facesse solo per pietà nei tuoi confronti.»
«Perché…» sussurro confuso e con gli occhi che pizzicano.
«Non sapevo come fare. La voglia di avvicinarti e conoscerti era tantissima, ma il tuo essere così schivo con le persone e…» sospira come per prendere coraggio «…e quello che sono, mi hanno spinta ad avvicinarmi a te con quella telefonata.»
«Cosa significa “quello che sono”?»
Lo sguardo di Bella si fa triste e una strana inquietudine mi fa rabbrividire.
«Quindi non hai sbagliato numero.» mormoro nell’esatto momento in cui Bella apre la bocca per rispondere alla mia domanda. Non sono sicuro di essere pronto per sentire la sua risposta, non ora.
Nega con il capo e sorride, mentre mi accarezza dolcemente. «Era l’unico modo per non farmi allontanare da te ancor prima di conoscerti.»
Un brivido di inquietudine mi attraversa nuovamente il corpo: Bella sa. Bella sapeva tutto ancor prima che ci conoscessimo, mi ha osservato di nascosto e per tutto questo tempo ha saputo che…
«Ma se tu… se tu sai che io…» provo a formulare la frase ma non ci riesco, è ancora difficile per me, anche dopo tutti questi anni, dire quella parola.
Lei annuisce e mi sorride accarezzandomi con il pollice la guancia.
«Volevo regalarti un po’ di magia del Natale.» mormora.
«Quindi sei stata tu a permettermi di vedere ancora?» chiedo.
«Sì.» sussurra. Si fa più vicina e mi abbraccia appoggiando il viso sulla mia spalla «La mia vita senza di te è stata come un infinito buio, e conoscerti è stato l’equivalente di vedere di nuovo. Anche se nel mio caso si tratta solo di una metafora, volevo farti dono della luce e regalarti qualche ora in cui tu potessi assaporare nuovamente i colori e tutto quello che non hai potuto vedere per così lungo tempo.»
«Ma com’è possibile?» chiedo sconvolto e incredulo.
«Non sei l’unico ad avere dei segreti…» mi bacia sulla fronte, «…e il tuo non è nemmeno paragonabile al mio. Ma non devi aver paura di me, non ti farei mai del male.»
Mi ritrovo a sorridere pensando che è impossibile aver paura di Bella, una creatura così dolce, aggraziata e minuta, «Mi hai ridato la vista, non puoi essere un essere malvagio. Come potrei avere paura di te?»
«Non sono ciò che sembro, Edward. Non sono quello che credi.» appoggia il palmo aperto sulla mia guancia facendomi rabbrividire.
«Angelo? Vuoi dire che non sei un angelo?»
Bella scuote la testa guardandomi con l’espressione triste e un sorriso amaro ad incresparle le labbra. «No.»
«Allora cosa sei?»
Di nuovo un senso di tranquillità e pace, come al parco, mi invade scacciando con prepotenza un’altra sensazione che mi stava nascendo nel petto.
«Sono un vampiro.»
«Vampiro? Ma i vampiri…» incapace di andare avanti interrompo la frase, cercando sul suo volto un segno che dimostri la sua menzogna, mentre la sensazione di pace viene sopraffatta dall’incredulità.
«Non esistono? È questo che stavi per dire?»
Annuisco, guardandola sconvolto.
«Perché è possibile recuperare la vista da un momento all’altro, quando tutti i medici da cui sei stato ti hanno detto che non sarebbe mai successo?»
Faccio segno di no con la testa. «Come hai fatto a guarirmi?»
«Non ti ho guarito, non sono in grado di far sparire malattie così gravi e i danni che hanno provocato. Il tuo recupero è solo momentaneo. Mi richiede un dispendio di energie enorme, devo essere concentrata e devo esserti vicino per riuscirci. Ecco perché prima, per un momento, sei tornato cieco: perché mi sono lasciata distrarre da quello che stavamo facendo e non sono riuscita a mantenere un contatto mentale. L’effetto sta finendo lo stesso, perché avrei bisogno di nutrirmi per mantenerlo ancora.»
«Nutrirti? È per questo che mi hai portato qui? Per… nutrirti di me?»
«No!» Mi guarda intensamente negli occhi, offesa dalla mia affermazione.
Continuando a osservarmi si tira un po’ indietro, il suo sguardo si addolcisce, «La porta è aperta, puoi andartene quando vuoi. Se non vorrai più vedermi, lo capirò.»
Non voglio andarmene. Non ci penso proprio. Le credo e, non so come, so che non mi farà del male. Le accarezzo il viso, «I tuoi occhi ora sono neri.»
«Lo so, è perché sto consumando le mie energie.» per permetterti di vedere.               
Non lo dice chiaramente, ma è sottinteso. Non so cosa significhi per lei fare questo, ma dall’espressione sul suo volto sembra che stia provando dolore.
«Bella, smetti di farlo!»
«Fare cosa?»
«Qualsiasi cosa tu stia facendo per permettermi di vedere. Tanto è questione di poco, e non voglio che ti affatichi.»
Mi guarda attentamente, come se si stesse chiedendo se davvero le abbia chiesto di tornare nel buio per non stancarla.
«Prima al parco ho…» scuote il capo e fa un sospiro «… non ti ho ridato solo la vista, ma ho anche bloccato le tue emozioni… posso solo immaginare quanto fosse eccitante poter rivedere dopo tanti anni di buio… e sono stata egoista…» fa per allontanarsi, ma la trattengo per un braccio chiedendole di spiegarsi meglio.
«Ho sopito le tue emozioni per poter vivere con te questo giorno speciale senza essere messa in secondo piano. Volevo che la felicità di vedere di nuovo non oscurasse il nostro primo incontro. Scusami!» esclama coprendosi il volto.
Riflettendo sulle emozioni che ho provato in questa strana giornata mi rendo conto che, quelle per aver ritrovato la vista, sembrano effettivamente offuscate.
«Hai manipolato tutte le mie emozioni?»
Bella scuote il capo. «Mi sono concentrata solo su alcune… volevo che vivessi un giorno speciale, ma non ho manipolato le emozioni che hai provato per me… con me…»
«Ti prego… smettila… io… io voglio...» all’improvviso ogni emozione ritorna prepotentemente viva dentro di me e la voglia di saltare di gioia e urlare al mondo che ci vedo, si libera con violenza.
«Lasciati andare.» sussurra.
Come ubbidendo a un ordine, inizio a saltellare e urlare al mondo la mia felicità e a piangere guardando ogni singolo pulviscolo che mi si para davanti finché, esausto, mi lascio cadere a terra mormorando come una litania «Ci vedo.».
«Scusami, sono stata un mostro.» sussurra Bella sedendosi accanto a me.
«No!» esclamo mettendomi in ginocchio davanti a lei. «Tu sei un angelo!» Le prendo il viso tra le mani, riempiendolo di baci.
«Ho preferito la mia felicità alla tua.» mormora allontanando le mie mani.
«Le emozioni che hai sopito non erano solo quelle verso la vista ritrovata, ma anche verso di te… adesso…» ci penso cercando ogni minima sfaccettatura di tutte le emozioni che provo, «…ho paura di te.»
Bella fa per allontanarsi ma, sorridendo, la trattengo, «Sei un vampiro… un essere della notte, ed io un semplice umano… sarebbe da sciocchi non provare timore, ma sono anche…» ci penso e, sicuro, continuo «curioso di conoscerti meglio, di sapere tutto di te e dirti tutto di me… adesso tra noi non ci sono più segreti.» Le sorrido felice e continuo, «E poi...»
Appoggio le mani sul suo viso, così freddo e bellissimo e, continuando a smarrirmi in quel mare d’ossidiana, accarezzo le sue labbra con le mie, «Ti amo, Bella. Non so come sia possibile che mi sia innamorato di te attraverso delle semplici telefonate e per aver passato insieme solo queste poche ore, ma sono sicuro di quello che provo. Ti chiedo solo di non usare più i tuoi poteri con me… voglio provare appieno tutte le emozioni, sia positive che negative, e non mi importa di ritornare nel buio se so che mi starai accanto. Grazie di questo meraviglioso regalo che mi hai fatto. Non mi dimenticherò mai del tuo viso e di questo Natale.» Riprendo a baciarla, dapprima con dolcezza, ma lasciandomi subito travolgere dalla passione e dal desiderio. Bella risponde al bacio, sdraiandosi sulla schiena e tirandomi giù con lei.
Affondo le mani nei suoi capelli, morbida seta, e appoggio la fronte alla sua, «Sei l’unica persona con cui sono riuscito ad aprirmi dopo la malattia, l’unica con cui mi sono sentito davvero me stesso. Hai voluto conoscermi anche se sapevi che non ero… completo.»
Lei scuote la testa, «Tu me lo hai permesso e poi… sei diverso da chiunque altro io abbia conosciuto… hai molto da donare, anche se ti sei rinchiuso dietro alle tue paure. Sei un uomo bellissimo, il tuo sorriso illumina le giornate più buie,» mi accarezza le labbra, «hai un cuore grande,» scivola con le mani sul mio petto fermandosi sul cuore «e una mente brillante» sussurra baciandomi la tempia. «Mi sono innamorata di te dal primo momento che ti ho visto…» appoggia la testa nell’incavo del mio collo e mi stringe a sé.
Rimaniamo in silenzio per minuti o forse ore. Ripenso a questa magica giornata, gustandomi le carezze di Bella mentre il buio torna lentamente intorno a me.  
«Ti amo, Bella.»
«Ti amo anch’io, Edward.»
«Dici davvero?» mi sembra impossibile che una creatura come lei possa essere davvero innamorata di me.
«Sì. Dopo anni di solitudine in cui sopravvivevo nell’attesa di non so bene cosa… ho ritrovato la voglia di vivere dal momento in cui ti ho incontrato al parco mesi fa…» Affonda il viso sulla mia spalla come se fosse imbarazzata, ed io sorrido. 
«Perché mi hai detto cosa sei?» spezzo il silenzio inspirando il suo profumo e stringendola a me.
«Perché è giusto che tu sappia.»
«Potrei dirlo a qualcuno.» la provoco, ma lei mi risponde soffiandomi sul collo una risata trattenuta.
«A chi stai pensando di dirlo?» chiede, lasciando una scia di baci sul mio volto.
«A nessuno.» mi affretto a rispondere «Non mi interessa quello che sei e vorrei che tu rimanessi sempre con me.»
La sento allontanarsi, la cerco nel buio voltandomi verso di lei e allungando le braccia.
«Edward, c’è una cosa che non ti ho detto.»
«Cosa?» le chiedo mettendomi seduto.
«Ci sarebbe un modo per tornare a vedere… Per sempre.»
Il mio cuore salta un battito, non so se quello che mi sta per dire mi piacerà. «E qual è?»
«Il prezzo per ritornare a vedere è altissimo: non potresti più godere del calore del sole o dell'affetto dei tuoi cari.»
«Io sono solo, Bella. E non mi interessa il sole… se ho te accanto.»
Fa un profondo respiro. Si avvicina e mi accarezza il viso. Metto la mano sopra la sua, e la stringo. Non voglio che si allontani di nuovo, voglio mantenere il contatto. «Edward, l’unico modo che conosco per donarti la vista in modo permanente… è farti diventare come me.»
Tutto ciò che sto vivendo sembra un sogno… o un incubo, non so decidere. Dopo anni di tenebre e di solitudine, ho di fronte a me l’unica donna che sia mai riuscita a sciogliere il ghiaccio che avevo creato intorno al mio cuore con l’illusione di non soffrire. Ma è un vampiro, un mostro… o almeno così dice di essere…
«Un immortale… come te?»
Bella annuisce, «Se vorrai, io ti starò accanto. Ma non decidere di farlo solo per paura dell’oscurità, perché è più buia una vita di pentimenti che una vita senza colori.»
«Il motivo per cui accetto è di poter stare con te e averti sempre accanto.»
«Ti amo.» mormora con la voce spezzata, abbracciandomi.
«Anch’io. Ti prego Bella, rimani con me. Non andartene.» la stringo forte, anche se sono consapevole che la mia forza è misera in confronto alla sua.
«Non vado da nessuna parte… e se vorrai rimarrò per sempre.» sussurra salendo a cavalcioni su di me e facendomi sdraiare. «Sei sicuro di voler diventare un mostro?»
Ritorno a vedere la luce e i colori e, come per incanto, il viso dolce e delicato di Bella sorride, mentre mi guarda con tristezza.  Le prendo il viso tra le mani, «Dio, come sei bella.» sussurro.
«Ti ho chiesto se sei sicuro di voler diventare un mostro.» ripete seria, trafiggendomi con lo sguardo.
Annuisco, «Sono sicuro di voler stare con te per sempre.» rispondo cercando di trasmetterle tutta la mia sicurezza attraverso lo sguardo.
Bella mi sorride e si avvicina lentamente, in modo sensuale, riaccendendo in me la passione.
«È una scelta irreversibile…» mormora sulle mie labbra bloccandomi tra lei e il letto.
«Come ciò che provo per te…» le poso una mano sulla nuca per diminuire la distanza tra noi. Ci baciamo con sempre più passione mentre il buio mi avvolge nuovamente.
Le sensazioni sono amplificate e devo concentrarmi al massimo per non esplodere come un ragazzino alla prima esperienza.
Con un colpo di reni ribalto le posizioni e le sorrido mentre con il corpo la sovrasto completamente.
Le accarezzo i capelli e faccio scivolare le dita per tutta la lunghezza di una ciocca setosa, portandomela al viso per inspirare il suo profumo di fresia.
Sposto la mano sul suo viso levigato e, con la punta delle dita, lo accarezzo lentamente, per imprimermelo nella memoria. Risalgo le guance fino alla fronte e ridiscendo sfiorandole il profilo del naso, dritto e piccolo, continuando fino alle labbra, carnose e morbide. Con il pollice seguo il contorno della sua bocca e rabbrividisco quando lo prende in bocca succhiandolo e giocandoci con la lingua. Continuo il percorso con le labbra: le bacio il collo e, quando lei mi morde il dito, glielo mordo piano. La sento muoversi sotto di me, impaziente, ma io continuo la mia esplorazione nell’unico modo di “vedere” che ho usato per anni.
Le bacio la spalla e mi inebrio del suo profumo delicato mentre ridiscendo per tutta la lunghezza del braccio. Poggio le labbra su ogni dito affusolato, giocando con i denti con l’anello che porta al pollice.
Apre le labbra e mi lascia sfilare il dito, così scendo anche con l’altra mano, passando per il centro del petto ed avvicinandomi con il viso al suo seno. I capezzoli sono turgidi e mi perdo a leccarli e succhiarli, mentre ascolto estasiato i suoi gemiti soffocati. Con le mani mi graffia la schiena mentre muove il bacino in un esplicito invito a continuare la discesa, allora le infilo la lingua nell’ombelico piccolo e perfetto, mentre con le dita cerco il suo centro bagnato.
Infilo un dito dentro di lei e fremo nel sentirla pronta per me. Con la lingua assaporo la pelle fino al suo centro pulsante e, leccandola, entro in lei assaporando il suo nettare dolce e delizioso.
Bella ripete il mio nome come una litania mentre infila le mani tra i miei capelli. I suoi muscoli si contraggono ed io decido di farla attendere ancora un po’, ricominciando la discesa e baciandole l’interno coscia fino alle caviglie, mentre con il pollice continuo a stuzzicarle il clitoride.
«Ti prego, Edward…» ringhia con un tono gutturale mentre, con una mano, afferra la mia eccitazione e la massaggia con maestria. Resto immobile ad assaporare le sensazioni che mi invadono mentre mi fa assaporare il Paradiso.
Quando sento che sto per venire sposto la sua mano e mi corico su di lei, annusando il suo profumo.
«Mi vuoi con te per sempre?» chiedo, accarezzando il suo ingresso con la punta del mio membro.
La sento mugolare e sorrido.
«Devi usare la voce.» la stuzzico.
«Sì, Edward.» risponde muovendosi sotto di me «Ti voglio… adesso… e per sempre.»
E con un solo affondo entro in lei gustando il gemito di piacere che le esce dalle labbra insieme al mio nome.
Ci amiamo donandoci completamente e utilizzo tutti i sensi per sopperire alla mancanza della vista e poter assaporare al meglio ogni momento. Ci rigiriamo nel letto giocando l’uno con l’altro e godendo come mai avevo fatto prima.
Quando è sopra di me sussurra, leccandomi l’orecchio: «Sei pronto per diventare un immortale?»
Annuisco in preda al piacere e, subito dopo, sento un dolore lancinante che, partendo dal collo, si propaga in tutto il corpo come fuoco liquido.
«Non lasciarmi…» riesco a dire tra i denti stretti.
«Sono qui…» sento la sua voce lontana, mentre il buio più intenso mi avvolge insieme alle fiamme che invadono ogni singolo centimetro del corpo.

***

«È qui che tutto è iniziato.» esclama Bella guardando la panchina del parco che per anni mi ha visto solo e triste.
«E tu dov’eri?» chiedo, posandole un braccio sulla spalla e baciandole la tempia.
«Lì… a pochi centimetri da te.» risponde indicando la panchina di fronte alla mia.
La guardo stupito e lei sorride.
«Volevo venire a parlarti, ma dopo aver visto quanto eri scorbutico con chi ti rivolgeva la parola,» scuote il capo scoppiando a ridere, «ho preferito usare il telefono.»
«E chi ti ha detto che al telefono sarei stato più gentile?» chiedo stringendola a me e iniziando a farle il solletico.
«Alice!» risponde allegra, dandomi una spinta per allontanarmi e correre verso la panchina.
«Grazie, Bella.» esclamo dopo averla raggiunta.
«Per cosa?»
«Per essere entrata nella mia vita… è stato il regalo di Natale più bello che potessi mai ricevere.» la prendo tra le braccia perdendomi nei suoi occhi dorati e pieni d’amore.
«Il mio regalo per quel Natale era donarti la vista!» risponde mettendo il broncio.
«Cosa me ne farei della vista se non ti avessi al mio fianco?»
«Sei il solito adulatore.» scherza, abbassando il viso imbarazzata e dandomi un buffetto sulla spalla.
«Davvero, Bella,» appoggio l’indice sotto il suo mento, alzandole il viso per poterla guardare negli occhi, «quel giorno avrei accettato di diventare come te anche se non avessi più avuto la vista… non ho scelto tra il buio e i colori, ma ho scelto tra una vita con o senza te…»
«E hai fatto la scelta giusta!» risponde tirandomi a sé e baciandomi con passione, incurante delle persone che abbiamo attorno.
Non so se ringraziare Babbo Natale, Gesù bambino o chi per esso… ma ogni giorno ringrazio chiunque si occupi dei miracoli di Natale per avermi regalato Bella!


FINE


sabato 8 aprile 2017

UN AMORE DI NATALE





UN AMORE DI NATALE

22 Dicembre

Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
Jingle bells swing and jingle bells ring..

<<Cazzo!>>
Mi schiaffo con tutte le forze il cuscino contro le orecchie. Me lo avvolgo talmente attorno al viso che rischio di auto soffocarmi.
Eppure questa maledetta musica non smette. Cazzo.
Lo so, lo so che è stata Alice a cambiarmi la suoneria. Lo deve aver fatto ieri sera mentre bevevo una dei miei ultimi cocktail. Non saprei dire quale visto che credo di essere ritornata a casa ubriaca, peraltro non so nemmeno bene come io sia ritornata a casa. Ma non ci voglio pensare, non ci riesco! Questa cazzo di musica natalizia mi perfora i timpani e si irradia nel cervello dando vita ad un nervoso che credo tra poco mi scoppieranno i muscoli e diventerò verde, trasformandomi nella versione femminile di Hulk.
Grugnendo e imprecando mi alzo dal letto e, dopo essere inciampata sui mei vestiti, aver di conseguenza battuto il mignolo del piede destro contro lo spigolo del letto, aver tirato qualche vaffanculo al mondo, raggiungo il mio Iphone e faccio tacere quella vocina allegra e insopportabile premendo il tasto verde.
Errore. Errore madornale.
Un’altra voce, altrettanto entusiasta, si espande nella stanza talmente forte che mi trovo costretta ad allontanare il telefono dall’ orecchio per non diventare sorda.
<<Bellaaaaaa….aprimiiiii….sono quiiii>>
<<Cosa cazzo ci fai qui Alice?>> borbotto con la bocca ancora impastata dal sonno. Sonno che avrei volentieri protratto per altre due, tre, venti ore. Ho un mal di testa che neanche una confezione di aspirine farebbe passare. Che giornata di merda prevedo.
<<Apri apri apriiii>> urla Alice dal telefono e oltre la mia porta, alternando su quest’ultima tocchi ritmici al tempo di dio sa solo cosa le passa per la testa.
So che non la smetterà finché non la farò entrare e le farò dire quello che tanto le preme.
La conosco dai tempi delle elementari. Io la adoro, la adoro proprio -altrimenti non si spiega il fatto di essere ancora le migliori amiche l’una per l’altra. Ma, sono sincera, in momenti come questo la butterei volentieri giù per la rampa di scale del condominio.
Lo so, lo so che non dovrei pensare a una cosa così orribile e lo so, lo so che a Natale non si fa, non si deve e bla bla bla.
E chi cazzo se ne frega.
Apro la porta di malavoglia e la mia amica vestita, pettinata e truccata di tutto punta entra baldanzosamente nel mio mini soggiorno.
Dio che nervi quando la vedo così perfetta e io mi ritrovo in pigiama e pantofole, praticamente uno straccio.
Noto improvvisamente la sua aria particolarmente felice. E questo mi dovrebbe preoccupare. Se solo non fossi così rincoglionita, se solo non mi avesse presa alla sprovvista…se solo. Cazzo, troppo tardi.
Sono ancora troppo intontita per realizzare appieno quello sguardo, chiudermi in camera e proteggermi dai suoi progetti.
Appoggia le sue mani sulle mie spalle e mi fissa negli occhi.
Inizia a parlare ad un ritmo talmente frenetico che le parole sembrano accavallarsi. Il che non facilita certo la mia comprensione.
Mi sembra di essere in un cartone animato. Mancano solo che gli occhi inizino a ruotarmi come nelle slot-machines.
<<Allora, tieniti forte cara amica mia…io e te…tra due ore partiamo…per Cortina!! Siiii Cortina! Hai presente? Neve, sci, SPA, slittini e soprattutto negozi di lusso e maestri palestrati e uomini eleganti e oh mio Dio ma ti rendi conto? Che botta di culo Bella! Dovresti ringraziarmi di averti iscritta e di avermi come amica!>>
No, mi correggo. Non è un cartone animato. Questo è un incubo. O un film horror. O qualsiasi altra cosa che faccia ridere zero. Cosa abbia lei da saltellarmi davanti, proprio non riesco a capirlo.
<<Aspetta, aspetta!>> la blocco mettendole una mano aperta davanti al naso. Il che, fortunatamente, rallenta le sue convulsioni <<dov’è che mi avresti iscritta, scusa?>>
<<Senti, dai non guardarmi così…>>
<<Non guardarmi così? Non guardami cosi?!?>> ripeto alzando di un’ottava il tono di voce.
Comincio ad essere davvero sveglia. E comincio anche a pensare che l’idea delle scale del condominio era proprio un’ottima idea.
Alice mi prende per un braccio e mi fa sedere accanto a lei sul divano. La seguo scontrosamente. So già che mi incastrerà anche stavolta. Lo so, merda. Lo so benissimo.
<<Senti Bella tu sei la mia migliore amica vero?>>
<<Cazzo Alice, non puoi partire così…>>
<<Rispondi su…>>
<<Ohhh Alice….che palle! Certo che si, lo sai no?>>
<<E certo che lo so!>> inizia a sorridere. Sa di aver già raggiunto il suo scopo. Dio come è subdola quando vuole… <<ed è per questo che tu non permetteresti mai che io perdessi l’occasione di passare tre, dico tre giornate in un hotel di lusso, tutto spesato e con la possibilità di incontrare magari l’uomo della mia vita che in questo momento è già là in attesa di vedermi…vero? Verooo?>>
Dio mi viene da piangere. Se non fossi così incazzata piangerei, davvero.
<<Alice ma cosa c’entro io in tutto questo…se hai questa opportunità ben per te. Io ho un sacco di cose da fare in questi giorni,  ci vediamo giusto in tempo per il pranzo di Natale, no? Perfetto direi…>>
<<Eh no!>> mi guarda allucinata <<non puoi pensare di mandarmi da sola. E non puoi pensare che io non voglia condividere questa cosa con te, amica mia. Non intendo lasciarti per tre giorni, proprio sotto Natale, ad ingozzarti di gelato e cioccolata, ubriacarti da sola con vino scadente e a piangerti addosso per essere stata lasciata da quel verme schifoso di un vigliacco figlio di….>>
<<Ok, ok chiaro. Non serve che vai avanti …so come la pensi su Jake. Che poi il fatto che si sia scopato Jessica la sera del nostro anniversario ormai l’ho digerita…>> riesco a dire trattenendo a stento un conato di vomito. 
<<Si come no>> ironizza Alice che mi conosce più bene di chiunque altro al mondo. Me inclusa.
<<E poi scusa>> ora che ho messo a fuoco gran parte delle sue parole mi si formano un mucchio di domande a cui non so porre freno << perché dovresti andare a Cortina proprio a tre giorni da Natale? E con chi? E chi pagherebbe?>>
<<Ah, ma allora vedi che ti interessa?>> urla battendo le mani. Ecco, lo sapevo. Ha rigirato il tutto a suo favore, come sempre!
Sfinita, appoggio il gomito sul ginocchio e mi sorreggo il capo che ancora pulsa per l’alcool non smaltito.
<<Si dai, spara e facciamola finita.>>    
<<Allora, stamattina presto in ufficio hanno premiato la promoter migliore dell’anno con una tre giorni di corso intensivo all’hotel Bellevue di Cortina e indovina chi è risultata essere la migliore delle migliori?>>
<<Eh, aspetta…proprio non saprei…>> sbuffo.
<<Siii, proprio io! Quindi ho subito accettato e visto che l’invito era esteso ad un’ospite ho aggiunto sulla lista anche te. …partiremo tra due ore. Quindi vedi di sistemarti, prepara la valigia e mettiti addosso il più bel sorriso che hai nell’armadio…su! Ci divertiremo un sacco vedrai!>> applaude. Ancora.
La strozzo. Sarebbe una valida alternativa alle scale.
<<Cazzo Alice, ma non ho neanche un fottutissimo completo per la neve! E poi quando tu sarai a quel cazzo di corso io cosa farò?>>
<<Allora, intanto, per l’abbigliamento da neve ci ho pensato io. Prima di venire qui a darti la bella notizia mi sono fermata al centro commerciale e ho fatto shopping anche per te…consideralo il mio regalo di Natale…>> dice soddisfatta di se stessa.
Solo adesso noto le due borse piene di roba appoggiate a terra in ingresso.
Non devo più bere. Non devo più bere. Me lo ripeto una decina di volte come pro memoria per proteggere me stessa da future disfatte come questa. I dettagli mi avrebbero salvata. Merda.
<<E per quanto riguarda il corso mi impegnerà solo due ore la mattina e tre al pomeriggio. Poi ci daremo ai bagordi, allo shopping, agli aperitivi e alle cene di cui una di gala. Fantastico no?>>
<<Mamma mia…veramente, veramente fantastico>> confermo in tono monocorde.
<<Vabbè dai, non c’è più tempo. Devo correre a casa a fare la valigia e a mezzogiorno sono qui a prenderti ok? Mangia un panino che per strada non ci fermeremo, alle sei ho già in programma un briefing di benvenuto!>>
Non mi lascia nemmeno il tempo di risponderle. Ha già chiuso la porta di casa mia si è lanciata in una corsa pericolosa giù dalle scale. Sempre quelle. Ma so che arriverà fino in fondo indenne. Lo fa sempre, nonostante i tacchi. Come, non so.
Mi rendo improvvisamente conto di essere sola e fregata.
Fantastico. Bel modo di iniziare le mie due settimane di ferie obbligate. Bellissimo.
#Feriedimerda sarà l’hashtag che userò per i prossimi giorni. Questo è certo.
***
Poco più di due ore e tre aspirine dopo, il clacson dell’auto di Alice strombazza allegramente sotto la mia finestra.
Prima che i miei vicini decidano di tirarle un paio di uova o un secchio di acqua pronta a ghiacciare, decido di uscire con la mia valigia al seguito e il broncio che non riesco a togliermi di dosso. E’ inutile, questa idea non mi piace e, quando a me qualcosa non piace, è difficile far finta che sia il contrario.  Mi si legge negli occhi, nelle pieghe della bocca e nelle rughe che solcano la fronte.
Alice mi farà diventare vecchia prima dell’ora. Fanculo.
Il mio evidente stato d’animo non sembra minimamente infastidirla. Appena carico la valigia nel bagagliaio e mi siedo al suo fianco, sfreccia talmente veloce che anche Senna rimarrebbe senza fiato, pace all’anima sua.
Durante il viaggio ben due cd natalizi ci fanno compagnia. Alice conosce tutte le canzoni a memoria e le canta con un trasporto da far invidia ai folletti di Babbo Natale. Lei adora il Natale.
A me non dice niente, anzi mi sta piuttosto antipatico, quest’anno in particolare.
Sarà perché io non ho mai festeggiato il Natale come lei. Ho vaghi ricordi da bambina, forse un paio di volte mi sono ritrovata un piccolo dono, ma non ho mai avuto un albero decorato in casa o una pranzo di famiglia. O racconti di Babbo Natale, letterine, liste di buoni e cattivi o  elfi premurosi.
I miei non avevano certo tempo per queste feste che liquidavano semplicemente come “stronzate commerciali”. Il loro unico e principale pensiero era portare al massimo il profitto dell’azienda di famiglia. A fine anno, poi, era una questione di vita o di morte. Tutto il resto, io compresa, veniva dopo. Molto dopo. Che, io dico, almeno avesse funzionato. Tutt’altro. L’azienda è crollata qualche anno fa portando i miei sul lastrico e al divorzio per niente consensuale. Ringrazio il cielo di essere stata già maggiorenne e fuori di casa all’epoca.
E’ stato proprio nell’anno in cui ho iniziato a crearmi una vita da sola e me ne sono andata di casa che ho iniziato a festeggiare il giorno di Natale. E tutto per colpa, o grazie a seconda dei punti di vista, ad Alice. E’ stata lei ad invitarmi a casa sua per il pranzo del 25 dicembre cinque anni fa completamente sconvolta dal fatto di sapermi da sola a casa davanti ad un banale surgelato e ad un film visto tremila volte. Per lei era assolutamente impensabile che io passassi la giornata della Festa per eccellenza così. E da quel giorno so cosa significa un succulento pranzo di Natale, composto da almeno dieci portate, e passare un intero pomeriggio ad aprire regali, baciare parenti e giocare a tombola. So cosa vuol dire rompersi le scatole, ma so anche il significato di calore di famiglia.
Non è certamente mia abitudine, e sicuramente se non dovessi più andare a casa di Alice dubito che io festeggerei di mia sponte, ma in cuor mio so che non cambierei la nuova usanza di questo giorno con niente al mondo, anche se non lo do a vedere e non ho mai ringraziato Alice e la sua famiglia per avermi introdotta ed inclusa nella loro tradizione natalizia.
Non che questo abbia migliorato troppo il mio atteggiamento disilluso verso le festività, quest’anno poi dopo quanto è successo con Jake proprio far festa sarebbe il mio ultimo pensiero, ma aspettare il Natale e il pranzo da Alice mi fa sentire meglio in qualche modo. Ed invidio profondamente, ma davvero profondamente chi ama il Natale come lei e la sua famiglia. Loro sono veramente in estasi dalla Vigilia in poi. Ogni anno. A prescindere da tutto quello che accade loro intorno. Che cosa fantastica deve essere.
Mentre Mariah Carey e i suoi acuti cercano in ogni modo di convincermi che anch’io posso innamorarmi del Natale e che c’è speranza anche per una come me, Alice mette la freccia seguendo le indicazioni per il parcheggio dell’Hotel Bellevue di Cortina, facendo attenzione a non finire di muso contro uno dei tanti cumuli di neve. Nemmeno mi ero accorta di tutto il bianco che ci circonda.
<<Cazzo Alice! E’ qui che stiamo>> le chiedo frantumando la potente voce della Mariah natalizia appena vedo l’ingresso del nostro hotel.
<<Siii, hai visto che roba?>>
<<Ho visto si! Cinque stelle, Alice! Io non ho mai nemmeno neanche parcheggiato in un hotel cinque stelle…figuriamoci dormirci!>>
<<Lo vedi? Te l’avevo detto che ne sarebbe valsa la pena!>>
Non sono molto convinta di quest’ultima sua affermazione, ma certo è che sul lavoro avrò qualcosa da raccontare al mio rientro dalle ferie. Finalmente qualcosa di diverso dalla rottura del fidanzamento per cornificazione ripetuta e prolungata.
Scendiamo in un parcheggio coperto che, a memoria, è più elegante del soggiorno della villa dei miei, villa che al momento si trova all’asta tra l’altro. Vabbè, lasciamo perdere questi pensieri che non fanno che alimentare il mio astio verso il genere umano, che già negli ultimi mesi non scarseggia affatto.
Rimango leggermente delusa dal fatto di non veder arrivare un facchino ad accogliere noi e le nostre valigie.
Borbottando, io, e ridendo, Alice, troviamo la porta dell’ascensore e ci incastriamo al suo interno strette tra il mio trolley e le sue due valigie. E il suo beauty case. E gli scarponi da sci. Sempre suoi, ovviamente. Quando avrà il tempo di sciare, poi, lo sa solo lei.
All’interno dell’ascensore illuminato a giorno e con un sottofondo musicale natalizio- anche qui, si, temo sia una congiura- troviamo le indicazioni per la reception, al secondo piano.
Senza esitare un attimo premo il tasto e l’ascensore inizia la sua marcia causandomi il classico senso di vuoto allo stomaco. Non oso immaginare quale potrebbe essere la sensazione se dovessi un giorno salire su un aereo. Dubito lo farò mai.
<<Tutto bene Bella?>> sui preoccupa Alice vedendomi improvvisamente sbiancare.
<<Certo, certo…>> la rassicuro. Ma ringrazio di trovarmi già al piano prestabilito.
Goffamente raccolgo la mia valigia e gli scarponi di Alice che appena scesi dall’auto sono diventati di mia competenza e, appena vedo le porte aprirsi, avanzo con lo sguardo rivolto a terra ad una velocità paragonabile a quella tenuta per tutta la strada dalla mia compagna di viaggio.
L’impatto con il muro che mi ritrovo di fronte è devastante, sotto molti punti di vista.
E non si tratta affatto di un muro.
Due braccia mi bloccano le spalle, mentre il mio naso cozza prepotentemente contro un torace duro e profumato nascosto da una candida camicia bianca decorata da una elegante cravatta nera.
<<Ma che cazz….>> urlo mentre una pioggia di fogli si sparpaglia al suolo ai miei piedi.
E a quelli dell’uomo che mi sta di fronte e mi tiene ancora stretta in un abbraccio forzato.
Alzo lo sguardo e trovo a fissarmi due occhi di un azzurro ghiaccio mai visto prima. Penso siano stati appositamente creati per un uomo che vive qui, fra la neve candida e fredda di queste vette. E penso che se non fossero così incazzati, sarebbero la cosa più bella che io abbia mai visto in vita mia.oi. prima  di atale eccetto lon vuole nuilla per mNatale eccetto ermi da sola a casa davantiad un banale v
<<Sarebbe meglio guardare davanti quando si cammina>> la sua voce mi coglie alla sprovvista per il tono acido e tagliente.
Le sue mani sono così calde, la sua stretta così rassicurante. E la sua voce, pur essendo meravigliosamente bella, è così dura. Stona completamente con il quadro.
<<Mi scusi>> sussurro mentre le sue mani mi lasciano, facendomi barcollare all’indietro.
Gli scarponi di Alice mi cadono di mano piombando, ovviamente, sul suo piede destro, protetto da un semplice paio di Nike.
Cazzo, adesso questo mi uccide.
Grugnisce, invece. Solo grugnisce perché evidentemente è un signore. Stronzo e acido forse, ma pur sempre un signore.
<<Oh Dio mi dispiace davvero…>> mi scuso mentre mi abbasso per raccogliere uno dei scarponi e i fogli sparsi tutto intorno. Peccato che anche lui abbia la stessa identica idea, facendo inevitabilmente sbattere la mia fronte contro il suo naso.
<<’Fanculo!>> lo sento urlare mentre io tengo gli occhi chiusi e una mano sulla testa per la botta appena presa.
Quando li riapro lui non è più davanti a me e i fogli sono ancora più mal ridotti di prima. Spiegazzati e allontanati ovunque.
Alice se la ride alle mie spalle e se non fossi così in imbarazzo la soffocherei con le mie mani nascondendo il cadavere nell’ascensore.
Devo riflettere su questi miei pensieri omicidi nei suoi confronti...non va bene Bella, non va affatto bene.
<<Non c’è proprio niente da ridere…>> la rimprovero mentre mi siedo definitivamente a terra nel corridoio di un albergo cinque stelle di Cortina.
<<A me sembra un incontro programmato dal destino… hai presente i classici film di Natale…>> mi prende in giro sforzandosi di contenere le lacrime.
Neanche le rispondo. Ho un nervoso…
 <<Forza Bella, alzati che andiamo a registrarci prima che ci cancellino dalla lista delle prenotazioni…>> aggiunge appena riesce a gestire i singulti e a non strozzarsi.
<<Senti vai avanti tu, io raccolgo da terra i fogli…>>
<<Dici sul serio?>>
<<Certo che dico sul serio>> confermo sorpresa dalla sua domanda <<è il minimo che possa fare per quel povero disgraziato. Non vincerà certo la medaglia come gentleman dell’anno, ma sono io che l’ho travolto … e poi hai visto com’era vestito? Camicia bianca, cravatta e jeans neri…aveva tutta l’aria di essere un impiegato dell’hotel, non vorrei venisse licenziato per causa mia…guarda qua deve essere una relazione importante questa…ed è tutta spiaccicata a terra…>> continuo mentre Alice mi guarda con occhio sbarrati.
<<Ok…mi sembra assurdo, ma fai come vuoi…>>
Tentenna ancora qualche istante, poi si decide a proseguire per il corridoio seguendo le indicazioni per la reception.
<<Ti aspetto nella hall…non fare troppo tardi che ho la riunione…>> la sua voce si perde in lontananza.
Appena Alice gira l’angolo ripongo nuovamente a terra i fogli appena raccolti e mi nascondo il viso tra le mani inspirando con forza.
Sento di aver bisogno di aria fresca. Faccio fatica a respirare. Questo incontro-scontro mi ha praticamente raso al suolo i nervi. So che non è stato nulla di particolare, di figure di merda me ne sono fatte a iosa in tutta la mia vita.
Infatti non è per il disastro che ho combinato che mi sento così.
E’ tutta colpa di quegli occhi grigi e profondi che mi hanno guardata con rimprovero, di quelle dita lunghe ed affusolate premute con forza contro la mia carne riparata solo da un leggero maglioncino, di quelle labbra piene e rosse come se avessero da poco assaggiato delle ciliegie che mi hanno mandata a fanculo in un hotel cinque stelle, se adesso mi sento completamente sconquassata dall’interno.
Fuori fase. Non pervenuta.
Neanche dopo essere stata lasciata da Jake ed aver sentito la sua verità sulla storia con Jessica mi sono sentita così frastornata.
Mi interrogo sul perché della mia reazione e, dopo varie ipotesi, una più improbabile dell’altra, decido che è frutto dell’ essere stata costretta a venire in questo posto contro la mia volontà e senza preavviso e del mio essere ritornata da poco single. Essere toccata e guardata da un uomo, così bello poi, non mi succede da…beh…da… da parecchio, cazzo. In realtà da molto prima che Jake mi piantasse. Avrei dovuto pensarci prima. Avrei dovuto e potuto capire che c’era un'altra nella sua vita, un'altra che si sbatteva allegramente al posto mio. Invece ho preferito tenere il prosciutto sugli occhi per continuare la mia banalissima e tranquilla vita. Patetica. Sono patetica.
Finisco di raccogliere i fogli a terra maledicendomi più e più volte per la stupidità che mi caratterizza e li metto in ordine seguendo la numerazione delle pagine. Effettivamente hanno proprio l’aria di essere una relazione e anche piuttosto importante. Sbirciando qua e là tra le righe e tra i grafici mi rendo conto che si tratta dell’analisi per la chiusura di bilancio dell’albergo. Sono cresciuta in mezzo a questo tipo di scartoffie, non posso sbagliarmi.
Spero il tipo non vada incontro a qualche punizione per averla smarrita e lasciata in corridoio alla mercé di chiunque.
No perché dico, se non mi fossi fermata io a raccogliere tutti i fogli?
A pensarci bene si meriterebbe proprio una bella tirata d’orecchi dal titolare. Non mi sembra affatto professionale come comportamento, il suo.
Il mio senso di colpa si sta rapidamente affievolendo e, raccolti anche gli scarponi e il mio trolley, raggiungo Alice in reception mandando a mia volta a fanculo il gran pezzo d’uomo con cui poco fa ho avuto l’incontro ravvicinato.
Quando leggermente trafelata e su di giri arrivo, vedo la mia amica intenta a ritirare le chiavi della camera.
<<Oh eccoti qua…>> sospira Alice visibilmente rasserenata dopo avermi vista.
Mi sono sicuramente risparmiata una delle sue filippiche dal momento che sono arrivata perfettamente in tempo per consegnare il mio documento d’identità alla receptionist.
Sorrido alla gentile ragazza e, oltre al mio documento, le consegno il plico di fogli che ho raccolto.
<<Deve essere caduto ad uno dei vostri collaboratori>> le spiego mentre lei osserva i fogli leggermente smarrita.
<<La ringrazio, è stata molto gentile signora. Consegnerò la documentazione al signor Cullen quanto prima.>>
<<Beh, non ho idea di chi sia il Signor Cullen, ma se lei ritiene sia il proprietario dei fogli credo vada bene>> le sorrido.
Lei invece non lo fa. Ha il volto tirato. Cavolo, avrò fatto una cazzata. Forse era meglio lasciare tutto a terra e fregarmene. Magari il tipo è il suo ragazzo e adesso il signor Cullen lo licenzierà e passeranno un Natale di merda a causa mia e…
<<Bella vuoi venire o resti lì??>> mi richiama Alice già avviata verso la stanza numero 306.
Cazzo, ho sempre avuto la mania di crearmi mille storie ad occhi aperti sulle vite degli altri. Possibile che io non sia capace di farmi i cazzi miei?
La raggiungo goffamente scusandomi con le tre, quattro o cinque persone in fila che borbottano qualcosa contro di me.
Questo posto non mi porta bene.
No, decisamente no.
***
<<Signor Cullen…questo è per lei credo. Me l’ha portato una cliente che ho appena registrato.>>
Raccolgo dalle mani di Greta i fogli della relazione per il bilancio che il commercialista aspetta entro domani mattina. Sono stato una vita a prepararle e quella deficiente che non sa nemmeno uscire da un ascensore come dio comanda, mi ha buttato in  malora ore e ore di lavoro.
Mi fermo un attimo di troppo ad osservare Greta a causa dei miei pensieri, ma appena me ne rendo conto distolgo lo sguardo perché so di metterla in imbarazzo.
Qualche mese fa ha confessato a mia madre di essere innamorata di me.  Io, ovviamente, non l’ho mai considerata come una papabile fidanzata nonostante non sia niente male.
Ma credo il problema sia tutto mio, dal momento che non ho mai trovato nessuna ragazza degna di quel titolo.
Ora più che mai. Innamorarmi di qualcuno è proprio l’ultimo dei miei progetti.
<<Grazie Greta.>>
<<Di niente signore.>>
<<Greta ti ho detto mille volte che puoi chiamarmi Edward.>>
Arrossisce. Cazzo forse devo rinunciare a questa cosa dell’ informalità con i dipendenti.
<<Certo Edward…>> sussurra dirigendo prontamente lo sguardo sullo schermo del computer per nascondere le guance color porpora.
Spero non fraintenda. Forse era meglio continuare a farmi chiamare signore, almeno da lei.
Che poi in certi contesti risulterebbe anche particolarmente eccitante…
Mi allontano senza aggiungere altro e, sfogliando il plico, noto che i fogli sono tutti messi in ordine. Sono anche raccolti da un fermaglio per capelli. Alcuni sono stropicciati, ma so che questo è il frutto del calcio che ho dato io al malloppo rovinato a terra dopo che quella stronza sfigata di … aspetta.
Non sarà mica lei ad averli raccolti e rimessi in ordine?
Ritorno da Greta per assicurarmi di non dover ritenermi un perfetto coglione maleducato.
<<Scusa Greta, grazie per aver sistemato i fogli…>> le dico prendendola alla sprovvista.
<<Oh no signore...ehm Edward. La cliente li ha riportati così. Io non ho fatto altro che consegnarglieli>>
Cazzo.
<<E sapresti gentilmente dirmi il nome della cliente, per cortesia, in modo che possa ringraziarla?>>
Vedo un barlume di pentimento nello sguardo di Greta, avrebbe certamente voluto saper mentire almeno per una volta in vita sua e prendersi il merito di un buon lavoro. E forse anche altro.
<<Isabella Swan, camera 306, signore>> mi informa di malavoglia dopo aver richiamato la registrazione sul monitor.
La ringrazio mentre mi allontano con la relazione e il fastidio di dovermi per forza scusare con quell’imbranata che mi ha travolto.
Raggiungo la camera 306 e busso. Dopo pochi istanti uno scricciolo tutto pepe apre imprecando contro qualcuno che non sono decisamente io.
<<Bella, cosa hai dimenticato stavolta? Lo sai che tra pochi minuti ho la riunione…ops…mi scusi>>
si interrompe quando decide di alzare lo sguardo dal braccialetto che si sta allacciando e mi vede.
<<Si figuri. Cercavo la signora Swan che credo non sia lei. Ero venuto soltanto per ringraziarla per aver recuperato la mia relazione>> la informo mostrandole il plico che tengo in mano.
<<Ah, si. Bella però al momento non c’è. L’ho spedita in SPA. Sa…aveva decisamente bisogno di rilassarsi dopo aver…>> continua a parlare, ma io già non la seguo più.
Un’idea folle mi balena per la testa. E io, che sono ancora più folle, decido in un istante di seguirla.
Verrò licenziato, penso, allontanandomi da questo martello pneumatico. E sorrido davanti al mio pensiero balordo perché so benissimo che è un’eventualità non verificabile.
***
Entrando nella SPA al primo piano dell’albergo mi rendo subito conto di aver preso la decisione giusta.
Alice ha avuto ragione nel consigliarmi un bel massaggio rilassante. Costa un occhio fuori dalla testa, ma, dopo un intero anno di lavoro e dopo quanto è successo un paio di mesi fa alla mia vita privata, credo di meritarmelo come auto regalo di Natale.
Viene ad accogliermi una signora sulla quarantina dal camice bianco immacolato e dal sorriso rassicurante.
<<Prego signora Swan, si accomodi>> mi fa cenno di seguirla. Ed io obbedisco.
Mi ritrovo in un camerino elegantissimo dalle luci soffuse, con un ripiano di marmo rosato risplendente, una miriade di specchi senza il minimo alone, una serie di accappatoi ben riposti e qualche armadietto dotato di chiave di sicurezza.
<<Si spogli e si metta un accappatoio. Può usare gli armadietti per i suoi abiti. Io la attendo nella seconda sala a destra per il massaggio che ha prenotato. Quando è pronta, senza problemi…>> se ne va Miss Relax chiudendosi la porta alle spalle.
Oh Dio, io la adoro questa donna.
E dopo un secolo mi ritrovo ad essere elettrizzata e stranamente ottimista. Penso che, forse, Alice ha fatto bene a costringermi a venire. E che, forse, questa mini vacanza imprevista non sarà completamente un disastro. Probabilmente non potrà succedermi più niente di troppo strambo, almeno non per la prossima ora, penso.
E penso male. Ovviamente. Ma ancora non lo so.
Nuda come un verme e coperta solo da un accappatoio morbidissimo che neanche nella pubblicità del Coccolino erano così, entro nella seconda stanza a destra.
La porta è semi aperta, una musichetta new-age si espande. Intravedo il lettino sul quale andrò a rilassarmi tra pochi minuti.
<<Permesso?>> chiedo a bassa voce entrando.
<<Prego si accomodi Signora Swan>> la voce della massaggiatrice mi conferma di essere nel posto giusto e di non vivere un sogno. Almeno credo.
Anche all’interno della stanza le luci sono soffuse, una decina di candele profumate rendono l’atmosfera calda ed accogliente. Un gradevole odore di spezie mi inebria i sensi e già mi sento più calma di pochi minuti fa. E’ pazzesco come questa cosa funzioni. E ancora non mi ha messo le mani addosso.
E’ quando penso alla parola “mani” che il mio pensiero torna al contatto di quelle dita. Alla pressione sulle mie spalle. Alla bocca. Agli occhi. Al torace. E il rilassamento appena intrapreso va a farsi benedire.
Sono pazza. Non c’è alternativa. Che cazzo c’entra lui adesso?
<<Si tolga l’accappatoio e si distenda a pancia in giù.>>
Per fortuna la voce delicata di Miss Relax mi riporta sulla retta via facendomi abbandonare pensieri inopportuni e certamente non pertinenti alla situazione.
Eseguo docilmente e mi distendo sul lettino. Di fronte a me una piccola finestra mi permette di intravedere i fiocchi di neve illuminati dai lampioni appena accesi.
<<Nevica…>> sussurro.
<<Si signora. E’ sempre una magia quando nevica vero?>>
<<Sì>> confermo. Ed è vero. Vedere scendere la neve, soprattutto in questo periodo, ha un qualcosa di magico. Forse se avessi visto più natali con la neve alla fine mi ci sarei affezionata a questa festa. E, forse, anche i miei.
Dovrebbero far nevicare per legge, a Natale.
<<Appoggi la testa facendo entrare naso e bocca nella fessura, chiuda gli occhi e si rilassi…mi metterò un po’ di olio di mandorle sulle mani. Lei non pensi ad altro che a rilassarsi completamente…>> il tono della voce e le parole mi convincono che devo seguire alla lettera i suoi consigli.
La mia schiena viene coperta da alcuni asciugamani caldi e morbidi. Dio che sensazione fantastica.
Poi le mani della massaggiatrice iniziano a toccarmi le spalle dopo averle scoperte con delicatezza.
Abbandono tutte le mie preoccupazioni, tutti i miei fastidi e i brutti ricordi. Li lascio correre lungo le dita che mi sfiorano, li lascio a questa montagna e a questa neve perché li ripulisca e me li renda migliori. Puliti. Belli.
Forse tutto si può aggiustare. Forse tutto può migliorare. Anche io.
All’improvviso la sensazione di uno spiffero di aria frizzante mi accarezza i piedi e le spalle.
Mi sembra di percepire dei passi, ma non riesco a concentrarmi perché la mia mente è completamente in stand by al momento.
Dopo pochi istanti di intervallo le mani riprendono a toccarmi e scendono più giù fino a sfiorarmi i lombi liberandoli dolcemente dagli asciugamani.
Sembrano dita un po’ più fresche, un po’ più lunghe. Anche il tocco è diverso, ma, sicuramente, è tutto frutto della mia fantasia.
Lascio che queste mani esperte mi portino in luoghi tranquilli e sconosciuti.
Ritorno a me bambina e lentamente mi perdono per non essere stata felice.
Ritorno a me adulta e mi perdono per non aver voluto essere felice.
***
Ha un tatuaggio poco sopra il gluteo destro.
E’ una rosa. Una rosa blu. E’ particolarmente sensuale a vederla così, alla luce delle candele e completamente abbandonata a me. Mi piace l’idea che non sappia che ora la sto toccando io. Mi piace l’idea di toccare la sua pelle sconosciuta.
Insisto su quel punto e mi sembra di sentirla gemere.
Ha la pelle liscia come la seta.
La ammiro arrossarsi ad ogni mio passaggio di dita.
Seguendo i miei movimenti con lo sguardo, salgo sui fianchi e sulle spalle. Le mie mani premono e accarezzano in un vortice di movimenti attenti e studiati. Sto facendo un buon lavoro. Me lo conferma il suo respiro pesante. E il fatto che da quando le ho messo le mani addosso non si sia mossa di un millimetro.
Sono anni che non massaggio qualcuno. In verità non ho mai messo in pratica il corso che mi aveva fatto seguire mia madre proprio in occasione dell’apertura della SPA nell’hotel. Al di là delle lezioni pratiche e di alcune prove fatte sulla schiena di un paio di cavie, non ho mai sperimentato le mie capacità su nessuno.
Non si sa mai nella vita, diceva mia madre. E aveva evidentemente ragione.
Mi rendo ora conto che non devo essere affatto negato. E che non è per niente un brutto mestiere. Anzi. Lo prenderò in considerazione per il futuro, se gli affari dovessero andare male.
Dopo diversi minuti passati ad ammirare il corpo sotto le mie  mani e far rilassare la muscolatura della sua schiena, la copro con gli asciugamani riscaldati, le libero le gambe e verso sulle mie mani ancora un po’ di olio tiepido.
Inizio a toccarle le cosce e lei inspira un po’ più forte. Mi chiedo che cosa stia provando. A cosa stia pensando. Se immagina un tocco diverso. Un tocco più audace. E a chi questo tocco appartenga.
Avrei voglia di andare oltre. Immagino di poter toccarla in altri modi, in altri posti. Proibiti. Segreti.
Scendo simultaneamente con entrambe le mani avvolgendola in una morsa non troppo forte, ma neanche troppo debole.
Mi fermo all’altezza delle ginocchia e risalgo addentrandomi un po’ più all’interno.
Faccio pressione con le dita come mi hanno insegnato, ma mi rendo conto di fare fatica a rimanere concentrato.
Mi sto eccitando e questo non dovrebbe succedere. E questo, cazzo, non mi succede da parecchio. Parecchio tempo.
Il mio battito è accelerato. Il respiro più frequente di quello del corpo che sto toccando da meno di venti minuti. E in mezzo alle gambe qualcosa di importante inizia a far sentire la sua ingombrante presenza.
Vaffanculo. Ma che cazzo mi succede!
Continuo a massaggiarle i polpacci e i piedi minuscoli, rassicurato dal fatto che tra poco rientrerà Rose in servizio. Farà girare la ragazza che sto manipolando e che, ovviamente, non dovrà vedermi.
Ho voluto solo ringraziarla a modo mio. Niente di più.
Ma mi sa di aver fatto un’enorme cazzata.
***
Sono in uno stato di beatitudine mai provato prima.
Quelle mani esperte che mi accarezzano e premono un po’ ovunque dovrebbero essere considerate patrimonio per l’umanità. Non mi alzerei da questo lettino per tutto l’oro del mondo. E vorrei che quelle dita continuassero a toccarmi ancora e ancora.
Se appartenessero ad un uomo sono sicura saprebbero fare magie con il corpo di una donna. E sono altrettanto sicura che, se avessero avuto una proprietà maschile, quelle stesse mani mi avrebbero fatto volere ben più di un massaggio rilassante. Ben, ben più.
Che pensieri assurdi sono portata a fare quando sono rilassata. Quasi mi vergogno di me stessa.
Io che  di solito sono così poco audace, ho davanti agli occhi immagini da film decisamente vietati ai minori. Devo smetterla immediatamente senno combinerò un casino su questo lettino.
Nonostante sia quasi in trance e in preda a visioni di mani che mi sfiorano in modo perverso, riesco a cogliere uno strano fruscio alle mie spalle. Alcuni rumori mi fanno percepire la presenza di un’altra persona nella stanza.
<<Prego signora Swan, ora si giri per favore>> mi invita la voce conosciuta della mia massaggiatrice dando uno stop alle mie elucubrazioni mentali.
Mi volto lentamente e quasi malvolentieri inizio a distendermi a pancia in su.
In quell’istante il mio sguardo si poggia sulla porta che si sta chiudendo e sulla maniglia che ritorna in posizione orizzontale accompagnata da una mano che rimane nascosta ai miei occhi.
Non ho tempo per formulare ipotesi o fare domande.
Miss Relax, dopo avermi coperta, mi fa adagiare il capo su un rotolo di asciugamano caldo ed inizia a massaggiarmi le tempie portandomi nuovamente via con sé.
Appoggia le dita lungo il collo e sul torace dandomi nuovamente la sensazione che il tocco sia diverso da quello di prima.
In particolare da quello che ha accarezzato le mie cosce.
Saranno diverse tecniche di massaggio, penso. In fondo è la prima esperienza di questo tipo della mia vita. Tutto può essere.
Penso. Chiudo gli occhi. E mi abbandono.
***
<< Cazzo cazzo cazzo!>> urlo una volta uscito dalla SPA.
Solo un coglione come me poteva avere un’idea cosi di merda.
So di potermi fidare di Rose, è come una zia per me, era la migliore amica di mia madre. So per certo che non dirà niente in giro e soprattutto al personale dell’hotel, ma mi sento comunque un coglione.
Un coglione che ha provato piacere nel tastare il corpo di una sconosciuta ignara. Cazzo, potrei essere denunciato!
Mi sa che devo darmi una regolata e pensare che forse è arrivato il momento di rimettermi in pista. O quantomeno di sbattermi qualcuna. Fanculo a tutto. Fanculo al tempo, alle responsabilità e all’amore.
Rientro nel mio appartamento incazzato nero. E certo di aver dimenticato di fare qualcosa. Qualcosa di importante per cui mia madre sarebbe anche più incazzata di me.
Ma mi sfugge.
Fanculo.
***
Una volta rimessi i miei abiti e ritornata in me stessa abbandono questo luogo magico, non senza aver prima ringraziato mille volte Rose- alla fine ho scoperto il nome della persona a cui appartengono quelle portentose mani.
Mi avvio con passi ancora incerti verso l’ascensore che mi riporterà nella mia stanza, ma qualcosa mi distrae e cattura la mia attenzione. E’ un verso particolare. Un singhiozzo, quasi. Flebile. Poco lontano.
Mi fermo e mi guardo attorno più volte. Finche’ scorgo una micro scrivania e qualcosa di accucciato sotto una delle due sedie poste ai lati.
E’ qualcosa di molto piccolo, avvolto in una copertina con degli orsacchiotti colorati e sembra stia tremando.
Oh signore, fai che non sia quello che penso, ti prego ti prego ti prego…
Continuo a ripetermi mentre mi avvicino al fagotto.
Le mie preghiere non vengono minimamente ascoltate. Figuriamoci.
Quello accucciato sotto la sedia è effettivamente un bambino in lacrime. Avrà si e no quattro anni ed io mi sento morire nel vederlo così, da solo e in pianto.
Prima di dire qualsiasi cosa mi guardo attorno per cercare aiuto o magari, se sono fortunata, sua madre svenuta da qualche parte chissà per quale motivo…
Invece non c’è anima viva in corridoio. Nessuna voce che chiama disperatamente un nome, nessun rumore di passi agitati alla ricerca di qualcosa di così prezioso come un bambino. Niente, un silenzio assordante rotto solo dai micro singhiozzi di questa creatura.
A questo punto non ho alternative ed intervengo.
Mi accuccio e comincio ad accarezzare il batuffolo di orsetti.
<<Ehi, ciao. Ma lo sai che i tuoi orsetti qui stanno tutti ballando?>>
Tento un approccio il più possibile tranquillo, non vorrei che si spaventasse e magari iniziasse ad urlare facendo credere chissà cosa alla sicurezza di questo posto…Dio Alice mi ucciderebbe se venissimo sbattute fuori!
Cazzo, non mi porta bene stare qui, non mi porta bene!
Il bambino sembra non sentirmi. Allora insisto.
<<Vuoi dirmi per favore cosa succede? Magari posso aiutarti.>>
Non ho risposte, ma, in compenso, due braccine minuscole mi si aggrappano al collo e un nasino freddo e moccoloso si strofina senza il minimo ritegno sul mio maglioncino nero. Fantastico, che bella immagine si presenterà davanti agli occhi di quell’anima pia- perché, suvvia, in un hotel cinque stelle a Cortina vuoi che non ci sia un’anima pia?- che vorrà liberarmi da questa situazione.
Colta da un improvviso quanto imprevisto senso materno, abbandono i pensieri inutili su maglioncini sporchi e figure di merda che andrò a farmi, e lo stringo in un abbraccio fortissimo. Inizio a cullarlo e a cantargli una canzoncina di Natale, sì, proprio di Natale, una delle tante che ho sentito in macchina con Alice, finché il cucciolo si calma e dirada i singhiozzi, facendoli diventare dei sospiri profondi.
Lo avvolgo con cautela nella sua copertina e mi sollevo con lui in braccio.
Quando siamo in piedi, per la prima volta mi osserva ed accenna un piccolo sorriso. Ha degli occhi meravigliosi, color ghiaccio. Per un attimo ripenso agli occhi con cui mi sono scontrata solo qualche ora fa, ma allontano il pensiero. No, non può essere.
Con il frugolo che mi osserva e non molla la presa dal collo salgo in reception convinta che l’unica cosa da fare sia chiedere aiuto a qualcuno ed informarli del ritrovamento di questo piccolo.
Appena arrivata nella hall, la gentile receptionist mi viene incontro evidentemente allarmata. Deve aver subito capito che non posso essere certo la madre di questo bimbo. Perché poi, non saprei.
<<Anthony, tesoro…>> sussurra cercando di prendere in braccio il piccolo che, invece, non ne vuole sapere di lasciarmi.
<<Lo conosce?>> chiedo un po’ smarrita. Non può essere che in questo hotel qualcuno abbia l’abitudine di lasciare i bambini piangenti nei corridoi sotto le sedie. Non ci posso neanche pensare. O forse è suo figlio o forse…
<<Si signora…aspetti un attimo. Faccio subito venire Edward>> tenta di rassicurarmi, ma con voce un po’ troppo agitata.
<<Ok…>> le dico mentre continuo a dondolare il bambino che nel frattempo ha infossato il viso nel mio decolté.
Dopo qualche minuto di attesa, il bell’imbusto con cui ho avuto l’imprevisto fuori dall’ascensore, compare nella hall trafelato e su di giri.
Appena mi inquadra si avvicina a passi enormi.
OK, ora quantomeno sappiamo che #occhidighiaccio si chiama Edward.
Mentre alcuni clienti e la receptionist ci osservano tentando di mal mascherare l’interesse, le mani di questo uomo si poggiano sulla copertina che sto proteggendo. Avvicina il volto alla testa del piccolo e con una voce rotta dal dolore gli sussurra
<<Anthony, scusami, scusami tanto. Ti prego…>>
Lo accarezza mentre io resto pietrificata dall’amore che ci sta mettendo, dagli occhi tristi e la voce colma di rimpianto, così diversa da quella di prima.
Il cucciolo strofina il suo naso contro il mio collo per rispondere no alle richieste di perdono.
<<Per favore Anthony, ti prometto che non succederà mai più. Mai più…>>
Evidentemente questa promessa centra l’obiettivo.
Il bambino si lancia tra le braccia di quest’uomo pentito. Tra nuovi singhiozzi, forse ancora più amari, lo sento ripetere
<<Edward, io voglio la mia mamma. Voglio la mia mamma…>> mentre viene accarezzato e cullato.
<<Lo so piccolo, lo so Anthony…>> lo consola quella voce che mi sta penetrando il cuore, mentre viene portato via da me e dagli occhi indiscreti di gente sconosciuta.
Non so quanto tempo passi quando mi rendo conto di essere nella hall del solito albergo cinque stelle di Cortina con il volto rigato dalle lacrime e una copertina con gli orsacchiotti colorati tra le mani.
***
Mi sveglio dopo non so quante ore di sonno, completamente rincoglionita.
Lo stomaco brontola piuttosto violentemente.
Mi rivolto un paio di volte nel letto, ma so che non avrò tregua finche non metterò qualcosa sotto ai denti.
Dopo quanto è accaduto con quel bambino, tutti i benefici del mio massaggio rilassante sono andati a farsi benedire. Rientrata in camera mi sono buttata a letto, ho pianto come una scema avvinghiata alla copertina morbida e smoccolata. E mi sono addormentata.
Ho sentito Alice rientrare dalla riunione e parlare per una buona mezz’ora, anche mentre era sotto la doccia.
Tra un aneddoto e l’altro dell’incontro appena finito, continuava a ripetermi di alzarmi e prepararmi per andare a cena. Ma non ce l’ho davvero fatta.
Stasera l’ho abbandonata con i suoi nuovi colleghi di corso. Non credo, comunque, di averla lasciata in cattive mani. La sua voce era allegra e serena. Sono sicura si sarà divertita, del resto io non sarei certo stata una buona compagnia. Recupererò domani, promesso.
La osservo mentre dorme beata al mio fianco in questo gigantesco letto matrimoniale. Vorrei tanto, un giorno, poter essere sicura e spigliata quanto lei. Felice quanto lei. Chissà’ se avrò mai questo privilegio.
Cercando di fare meno rumore possibile, mi alzo e mi rendo conto di essere ancora vestita.
Sorrido, rassegnata di fronte alla mia inadeguatezza nei confronti di questo elegante posto e della vita.
Esco dalla nostra camera e mi incammino verso il bar interno che dovrebbe essere aperto h24. Il mio stomaco spera davvero sia cosi.
Credo di avere buone speranze. Attraversando la hall, noto che il grande orologio appeso indica la mezzanotte passata solo da qualche minuto. Pensavo fosse notevolmente più tardi.
Non c’è più la ragazza di prima e nemmeno la gente ad osservarmi basita, ma il mio pensiero non può non tornare a quelle manine che mi stringono il collo.
Avanzo scuotendo la testa per far andare via le immagini che non mi abbandonano.
Mi siedo su uno degli alti sgabelli posti attorno al bancone. Ordino un latte caldo. E, mentre la dolce melodia di un pianoforte ci raggiunge, il gentile ragazzo dietro al banco mi porta un’enorme tazza natalizia piena di schiuma bianca con una spolverata di cacao e qualche biscotto al burro. Il tutto condito da un bel sorriso, che a quest’ora tarda non è da dare per scontato.
Devo avere davvero una faccia pietosa per meritarmi questo trattamento. O forse è merito delle cinque stelle, chissà.
Mi abbandono al calore che si espande nella mia pancia grazie alla coccola del latte e dell’ennesima canzone di Natale suonata da abili mani. Ormai mi sono rassegnata al fatto che in questi giorni ascolterò solo musica di questo tipo.
La assaporo tutta finché smette. E rimango ancora con gli occhi chiusi.
<<Grazie…>> sento alle mie spalle.
Mi volto di scatto, rovesciandomi addosso qualche goccia di latte ormai tiepido.
#occhidighiaccio prende una salvietta dal banco e inizia a pulirmi i leggins senza smettere di fissarmi.
<<Per cosa?>> chiedo pietrificata per molti motivi.
<<Per tutto>>
<<Tipo?>>
<<Tipo la relazione rimessa in ordine…>>
Aspetto. Lo si capisce dalle labbra semi aperte che non ha finito. E vorrei ben vedere.
<<E tipo di avermi riportato Anthony…>>
E in quel momento non ci vedo più. Mi parte proprio l’embolo e mi alzo in piedi puntandogli l’indice praticamente sul naso. Gli arrivo a malapena alle spalle. Ma non me ne frega un cazzo adesso come adesso.
<<Tu, tu ti rendi conto? Quel bambino era da solo nel corridoio di un albergo, che sarà anche cinque stelle, ma a un bambino così non gliene frega un cazzo neanche se fosse la reggia di Re Artù, e stava piangendo rannicchiato per terra! Come hai fatto a perdere tuo figlio così, come?>>
Mi lascia svuotare tutto il nervoso che ho accumulato da quando si è portato via Anthony. Io odio vedere i bambini piangere da soli. Io ho pianto ore e ore da sola. E so cosa significa. Io lo so!
Quando però cerco di rincarare la dose, non mi permette di andare oltre.
<<Tu non sai un cazzo di me e di Anthony ok?>>
<<Io posso anche non sapere niente. Quel che ho visto, però, è un padre che non era con suo figlio e che poi è tornato a prenderselo con la coda tra le gambe e quando cercava la sua mamma gli ha solo saputo dire lo so…lo so>> cinguetto. Dio come sono stronza quando voglio.
<<Vaffanculo, lo sapevo che eri una stronza da quando mi sei venuta addosso stamattina! Anthony non è mio figlio, è mio fratello ok? E si, ho dimenticato di andare a prenderlo dopo il suo riposino e lui non mi ha visto e si è nascosto sotto la sedia. Sono un coglione e un fratello di merda lo so benissimo, ma sto ancora provando a capire cosa significa gestire un bambino così piccolo ok? E sua madre, mia madre, è morta un mese fa. E mi ha lasciato lui e sto posto di merda da mandare avanti. Fino a ottobre io ero in America a studiare e a farmi le serate tra musica feste e amici e ora mi ritrovo con tutto questo cazzo di roba sulle spalle. Scusa se non sono perfetto. Scusa tanto. Contenta adesso? Vaffanculo!>>
Resto così, senza parole e senza pensieri con il ragazzo dietro al bancone che mi regala una pacca sulla spalla prima di allontanarsi in silenzio.
Edward ha già preso l’uscita e, spero, stia andando da suo fratello.
Mi sento davvero morire.
Ma non posso farlo adesso.
Prima gli devo delle scuse.
***
23 Dicembre
Una volta tornata in camera ho tentato di dormire, ma il sonno è stato agitato e discontinuo.
Al mattino, tra le molte lacrime e il poco sonno, ho due occhiaie che neanche il panda dello zoo di Londra.
Alice, invece, è fresca come una rosa, ma la lascio letteralmente a bocca aperta quando le racconto tutto quello che è successo da quando ci siamo salutate prima del mio massaggio.
Ed effettivamente posso capirla. Sono qui da meno di ventiquattro ore e ho combinato una serie di casini inenarrabili.
Senza contare il fatto di essere stata mandata a fanculo più e più volte dal proprietario del luogo dove soggiorniamo.
Dopo un paio di <<cazzo Bella!>> e <<solo a te capitano ste cose…>>, dopo qualche imprecazione e un abbraccio sincero, la soluzione proposta dalla mia amica è una buona colazione e sano shopping in centro, portafoglio permettendo.
Non che abbia molte alternative per il momento. Di Edward e di Anthony non c’è traccia, li ho cercati per i corridoi e nella hall, scendendo in sala da pranzo e tra i tavoli, ma niente.
Non mi resta che prendere a braccetto Alice e uscire, sperando di rinfrescarmi le idee.
La mattinata scorre velocemente grazie all’allegria contagiosa di Alice, ma non c’è momento in cui qualcosa non mi faccia pensare agli occhi di quel bambino. E a quelli di suo fratello.
Finché non gli chiederò scusa per il mio atteggiamento e le mie parole non mi darò pace, mi conosco.
Davanti all’ennesima vetrina di giocattoli decido di entrare e di comperargli un orsetto di peluche. Non so se e quando glielo darò, ma solo il gesto di acquistarlo e la speranza di potergli donare un sorriso, mi fa stare meglio.
Alice non mi capisce. E nemmeno io, a dire la verità. Ma sono sempre stata abbastanza impulsiva come persona, a volte cacciandomi in guai. Altre volte scegliendo la strada giusta.
Spero che questa sia una di quelle volte.
Rientriamo in albergo nel primo pomeriggio perché Alice ha un nuovo incontro con i suoi nuovi “temporanei colleghi di lavoro”, così li chiama lei.
Io decido di recuperare il libro che sto leggendo e di regalarmi un po’ di relax nella sala del bar dell’hotel, quello dove ho visto Edward per l’ultima volta.
Ordino al mio amico cameriere una cioccolata calda con tanta panna e mi posiziono su uno dei divanetti che permettono di guardare fuori dalla finestra.
Il paesaggio è incantato qui. Sa veramente di Natale, accidenti.
Dopo qualche minuto mi ritrovo immersa tra le righe di un amore tormentato ed impossibile, tra le labbra il gusto dolce e delicato del cioccolato.
Di nuovo le note di quel pianoforte. Di nuovo una malinconica canzone natalizia. La musica vibra a poca distanza da me.
Mi volto incuriosita e scopro che le mani che accarezzano così bene i tasti sono quelle dell’uomo che ho arrogantemente maltrattato poche ore fa.
Mi si ferma il cuore.
Ma davvero.
Temo di accasciarmi sul divano e morire così. Puff.
Invece sopravvivo. Sopravvivo anche davanti a questa immagine di lui che si muove su quella tastiera assorto nei suoi pensieri. Bello come nessun altro uomo io abbia mai visto in vita mia.
Sembra un quadro, uno di quelli che appenderesti in entrata di casa in modo da vederlo quando entri, quando esci e quando passi le mille volte al giorno di lì. In modo da imprimertelo bene nella mente. In modo da tenertelo stretto al cuore per tutto il tempo possibile, prima di sentirne così tanto la mancanza da doverlo per forza riguardare.
Non riesco a distogliere lo sguardo nonostante io sia certa che lui mi abbia vista.
Nonostante mi confermi, agli occhi di  lui, una maleducata.
Soltanto quando ferma le lunghe e delicate dita e mi inchioda con quegli occhi di ghiaccio, fingo di ritornare al mio libro riaprendolo a caso.
Nessuna delle parole che mi ritrovo davanti agli occhi significa qualcosa, di nessuna capisco il significato perché percepisco chiaramente che si sta avvicinando.
E il sangue mi ribolle nelle vene. Probabilmente evaporerà completamente prima che mi abbia raggiunta.
<<Volevo scusarmi con lei…>> sento dirmi all’improvviso.
Dio quella voce…
Mi volto confusa da lui e dalle sue parole.
Lo guardo dritto negli occhi e, Signore aiutami a trovare le parole giuste, ti prego.
<<Sono io che le devo delle scuse…>>
<<Lei non poteva sapere.>>
<<Esatto, appunto per questo avrei dovuto tenere a freno la lingua. Non potevo sapere.>>
Qualche istante di silenzio precede un reciproco sorriso.
<<Piacere, io sono Edward>> mi porge la mano che non esito a raccogliere nella mia.
<<Piacere, Isabella. Bella per gli amici.>>
<<Allora se per lei va bene la chiamerei Bella>>
Mi fa ridere la sua cortesia, è qualcosa di raro.
<<D’accordo e può darmi anche del tu.>>
<<Quello credo sia troppo verso una cliente…>> schizza l’occhio.
<<Tutto bene con…Anthony?>> chiedo riportando il discorso su argomenti seri.
<<Si, grazie. Ora è con la baby-sitter. Non la adora particolarmente, ma ci stiamo lavorando.>>
<<Certo, immagino>> rispondo in preda ai ricordi di me bambina insieme a una delle tante baby-sitter assunte dai miei.
<<Ok…la lascio al suo libro…>> evidentemente sono stata zitta per troppo tempo, persa nei miei pensieri, creando un certo imbarazzo e cerco in qualche modo di recuperare.
<<Bene, ci vediamo…in giro allora. Mi saluti Anthony.>>
<<Ci vediamo stasera alla cena>> mi informa allontanandosi lentamente <<…oppure in SPA se va anche oggi a farsi un massaggio!>> aggiunge voltandosi e alzando la mano in cenno di saluto.
Spiazzandomi completamente.
***
Cazzo. Ma cosa mi è saltato in mente di dirle quella cosa della SPA? Non ho proprio resistito. La sua gentilezza e il suo imbarazzo mi hanno spiazzato.
Sapevo di essermi comportato in modo totalmente fuori luogo con lei ieri sera dopo aver raccolto Anthony dalle sue braccia e soprattutto al bar. Ma quando l’ho sentita darmi addosso affibbiandomi colpe che in realtà anche ho, non ci ho visto più ed è uscita tutta la rabbia e la frustrazione che per settimane ero riuscito a tenere sotto controllo con tutti. Parenti, amici, personale. Anthony.
Mi dispiace aver alla fine sbottato proprio con lui presente che, a modo suo, mi ha fatto poi capire quanto coglione sono. Per tutta la sera, finché non l’ho messo a letto, non ha fatto altro che ripetermi che non dovevo sgridare quella buona mamma, che lo aveva aiutato e che si stava bene in braccio suo.
Mi sono sentito una merda. Avrei voluto andare in camera sua, bussarle e dirle che mi dispiaceva tanto di aver alzato la voce. Ma non ne ho avuto il coraggio e non volevo nemmeno più lasciare da solo il bambino. Avevo già fatto abbastanza cazzate per la giornata.
Prima, quando l’ho vista perdersi tra i cuscini del divano della sala, completamente immersa nel libro e coccolata dalla cioccolata calda che le scuriva le labbra, ho provato a far finta di niente.
Sapevo che l’avrei incontrata di nuovo alla cena prevista per la serata, o almeno speravo di farlo per avere l’occasione di scusarmi, ma non mi aspettavo di trovarmela davanti così presto. Non ero pronto ad affrontare lei. E nemmeno me stesso.
Mi sono messo al pianoforte come avevo in programma, di solito mi ci dedico una mezz’ora al giorno quando Anthonu dorme per non perdere manualità e, soprattutto, per rilassarmi e staccarmi dal mondo di merda in cui mi ritrovo immerso giocoforza.
Ma è stato più forte di me. Dopo il primo brano, suonato tra l’altro da far pietà, non potevo andare avanti senza avvicinarla almeno per un secondo.
Sento per lei un’attrazione fuori da ogni norma, che mi fa fare cazzate continue. Non essendomi mai successa prima una cosa del genere faccio un’ immensa fatica a tenere le emozioni sotto controllo.
Sarà anche il momento particolare che sto vivendo, continuo a ripetermi.
Ma in cuori mio so che è una gran cazzata.
Ad ogni modo l’unico reale motivo plausibile che ho trovato per rivolgerle la parola è chiederle scusa. E così ho fatto.
Sembra sia andata bene, sembra io abbia deciso di fare la mossa giusta.
Poi ho mandato tutto a puttane con la storia della SPA.
Un cortocircuito cerebrale improvviso e fulminante non ha messo filtri alla mia voce.
Mia madre, se lo sapesse, mi darebbe quattro sonori calci in culo.  Del tutto meritati.
***
E’ scontato dire che dopo quell’uscita sul massaggio non ho letto nemmeno una riga del libro.
Ho pensato e ripensato a come lui potesse sapere del mio passaggio in SPA, finché ho deciso di non chiedermelo più. Una delle ipotesi paventate era assolutamente troppo imbarazzante e folle. Troppo anche per una mente bacata come la mia.
Ho deciso di concentrarmi sui preparativi di Alice per la gran cena di stasera. L’ho consigliata su uno dei tre abiti che aveva portato per l’occasione, sulle due paia di scarpe con il tacco e sull’acconciatura da farsi.
Per quanto mi riguarda ho un semplicissimo abito nero, anche troppo attillato, che va bene in tutte le occasioni che non prevedano divano, coperta e filmetto.
Indosso le scarpe eleganti scartate da Alice perché non mi era nemmeno passato per la testa di metterne un paio in valigia.
Sono rosse e forse un tantino troppo evidenti per i miei gusti, ma sotto Natale può starci un tocco di rosso. Faremo finta che vada bene anche per me.
Scendiamo nel ristorante già gremito di gente. Mi sento un po’ fuori luogo.
Alice bacia e abbraccia un sacco di persone conosciute in questi due giorni e me le presenta di continuo. Ovviamente non mi ricordo il nome nemmeno di una di queste.
Il mio sguardo cerca tra la folla elegante una persona in particolare che non trovo.
Sono al mio secondo bicchiere di vino quando veniamo invitati dalla sua voce ad accomodarci ai tavoli perché la cena sta per essere servita.
Da buon titolare e organizzatore del meeting e della serata, ringrazia tutti per essere qui presenti e per aver rallegrato l’hotel in questo periodo di festa e augura buon appetito.
Io credo di aver colto solo sprazzi del suo discorso perché ero completamente incantata dal movimento delle sue labbra, delle mani e dalla sua intera figura elegantemente vestita di nero.
Sembra tanto uno di quegli attori di Hollywood, quelli inaccessibili alle persone comuni come me. Invece con lui ci ho parlato, invece con lui ci ho anche litigato. Anzi principalmente ho fatto quello a dire la verità.
E, nonostante sappia il dolore che porta nel cuore, di lui conosco praticamente solo il nome.
Un piccolo complesso inizia ad intonare brani di musica leggera, mentre Alice mi accompagna al tavolo destinato a noi. E’ poco distante dal suo. Ce l’ho praticamente di fronte.
Poco prima che i camerieri inizino a servire il primo piatto un frugoletto vestito con uno smoking in miniatura fa l’ingresso in sala correndo e lanciandosi tra le braccia di Edward. Il mio cuore, alla vista di quelle manine e quel sorriso, sussulta dalla gioia.
Sento fortissimo l’istinto di alzarmi e di andare ad abbracciarlo e di dirgli quanto sono felice di vederlo così allegro, ma mi trattengo e distolgo lo sguardo dall’immagine che mi sta rubato il cuore e l’anima.
La serata passa veloce tra brindisi e pietanze eccellenti. Ma sono gli sguardi tra me ed Edward che danno un senso al tempo passato in questa sala.
Alice più volte si è alzata accettando l’invito di qualcuno per un ballo.
Io ho preferito dedicarmi a raccogliere il più possibile immagini di Edward ed Anthony per portarle a casa con me, domani.
Il fuoco che sento dentro quando lui mi guarda è nettamente più interessante di qualsiasi ballo con qualsiasi persona di questo mondo.
Sto disperatamente cercando di non fissarlo in continuazione e di seguire un discorso che sta facendo ridere tutti i commensali del mio tavolo, quando una manina mi batte sulla gamba attirando la mia attenzione.
Mi volto di scatto e vedo due occhioni ad altezza seno che mi guardano impacciati.
<<Anthony ciao, sei elegantissimo stasera…>> rompo il ghiaccio.
<<Vuoi ballare con me?>> degno fratello dell’altro è capace di spiazzarmi con una sola frase.
<<Amore, io veramente non so ballare…>> gli rispondo accarezzandogli la guancia morbida.
Quando vedo gli occhietti intristirsi, però, decido che una figura di merda in più o una in meno non faranno differenza nella mia vita. Nella sua, probabilmente, sì.
Così mi alzo e lo prendo per manina facendomi portare in mezzo allo spazio destinato alle danze.
Appoggia le mani sui miei fianchi ed io lo copio posando le mie sulle sue spalle. Senza traccia di imbarazzo inizio a seguire i micro passetti del mio cavaliere ad un qualche tempo di musica, non credo a quella che il complesso stia suonando, ma poco importa.
Lui è felice. Ed anch’io lo sono.
Quando la canzone finisce Anthony accenna ad un inchino, mi prende la mano e la bacia.
Resto senza parole e gli occhi mi si riempiono di lacrime.
Prima che io possa dire qualsiasi una voce alle mie spalle mi coglie nuovamente impreparata.
<<Anthony adesso deve andare a dormire. Mi farebbe piacere poter dargli il cambio, se posso.>>
Cazzo. Adesso muoio sul serio.
Mi volto e lo vedo raggiante. E’ talmente vicino che il suo respiro mi solletica la guancia.
<<Volentieri>> balbetto.
Non me ne frega niente se gli pesterò i piedi e se mi manderà di nuovo a fanculo. Il solo fatto di poter essere nuovamente toccata da quelle mani e stretta a quel torace vale il rischio.
Mi inginocchio ai piedi di Anthony mentre quella che credo sia la sua baby-sitter si avvicina sorridendo giungendo dall’ingresso della sala. E’ giovane e sorridente e, soprattutto, sembra una brava persona. Ottima scelta Edward, penso, a me da bambina sarebbe piaciuta una baby-sitter così.
<<E’ stato il più bel ballo della mia vita. Diventerai un ottimo cavaliere da grande…>> gli sussurro nell’orecchio prima di dargli un bacio sulla fronte.
Anthony mi abbraccia forte.
<<Buonanotte campione, ci vediamo più tardi>> lo saluta Edward.
Anthony scioglie l’abbraccio ma tiene fra le dita una ciocca dei mie capelli.
<<Hai i capelli come mamma. E hai lo stesso suo profumo>> mi dice poi guardando suo fratello ancora fermo al mio fianco. Ricevo un rapido bacio sulla guancia e lo vedo andare via prendendo per manina la giovane ragazza.
Rimango qualche istante inginocchiata davanti al niente, ma non ho la forza di alzarmi dopo quello che mi ha detto.
Solo la mano di Edward che si abbassa a prendere la mia e mi aiuta a tirarmi su, mi permette di ritornare in posizione eretta.
Muta, mi lascio stringere dalle sue braccia ed inizio a farmi portare mentre l’orchestra intona un nuovo brano. Lo lascio che mi porti ovunque voglia, purché sia un luogo in cui i bambini non provano dolore.
<<Grazie per quello che hai fatto per lui. Era tutta la sera che voleva invitarti a ballare>> mi svela poi.
Sorrido incredula.
<<Gli ho promesso che prima di andare a letto gli avrei permesso di invitarti, ma l’avevo messo in guardia sulla possibilità di un rifiuto…bisogna farsi le ossa fin da bambini con voi donne>> ride facendomi roteare sotto il suo braccio.
<<Non avrei mai potuto rifiutare il suo invito.>> 
<<E un mio invito, lo potresti rifiutare?>> aggiunge in tono serio.
<<Non l’ho fatto, mi sembra.>>
<<Non è l’invito a ballare a cui mi riferisco…>>
<<E a cosa ti riferisci?>> chiedo mentre lo stomaco inizia a tremare.
<<Vai in camera e mettiti qualcosa di caldo e comodo. Ti aspetto fuori dall’hotel tra venti minuti. Se non arrivi in tempo, capirò.>>
L’orchestra prende gli applausi per l’ennesimo brano concluso e io mi prendo il  secondo baciamano della serata, mentre Edward si allontana dalla sala dandomi la schiena.
Cazzo, cazzo, cazzo. Cosa faccio adesso? Come lascio Alice? Cosa dico a tutti?
Tutti i miei dubbi si risolvono quando, una volta tornata al mio tavolo, mi rendo conto che né Alice né alcun commessale ha notato la mia assenza e tutto quello che è successo all’interno del mio cuore.
Meglio così.
<<Scusate, io ho bisogno di un po’ d’aria, poi penso che me ne andrò a letto>> informo tutti interrompendo i loro discorsi.
<<Oh Bella, ma perché? E’ una serata così divertente…>> protesta Alice.
<<Stai tranquilla, tu resta pure senza problemi, davvero. Ci vediamo dopo in camera>> la rassicuro raccogliendo la mia borsa e salutando con un sorriso per tutti.
Arrivata fuori dalla sala corro nel corridoio che porta all’ascensore. Saranno già passati dieci minuti, ho pochissimo tempo per cambiarmi e per andare da lui. Non so cosa mi aspetta, ma qualsiasi cosa voglia fare o dire in mia compagnia è bene accetta.
In camera butto per aria le poche cose che ho nell’armadio per trovare i pantaloni felpati, il pile e il giaccone da neve che mi ha comprato Alice, menomale che c’è lei.
Lascio sul letto il mio abito nero e ripongo con cura solo le scarpe di Alice, non voglio che si rovinino.
In meno di cinque minuti sono passata da tenuta da sera a tenuta di montagna.
Indosso gli stivali con il pelo e volo verso l’uscita. Da Edward.
***
Non pensavo accettasse.
Sono qui fuori da qualche minuto con una sigaretta accesa per ingannare il tempo. Mi sto preparando all’ennesima delusione della mia vita, invece la vedo comparire da dietro il bancone della reception.
Cazzo, è davvero bella.
In abito da sera faceva un figurone, ma anche vestita così mi fa battere forte il cuore. Questa donna è davvero diversa. Ha qualcosa di più.
Anche il mio compagno là sotto è d’accordo con me e protesta perché io me ne accorga.
Lo so, lo so. Ti capisco benissimo, fidati.
Bella esce dalle porte scorrevoli.
<<Ciao, anche tu qui?>> esclama spavalda.
Mi piace che sia così divertente. Mi piacciono un sacco di cose di lei, a dire il vero.
Per questo ho deciso di fare quello che sto per fare. Mia madre non approverebbe, probabilmente.
Una delle sue regole era “mai con i clienti”. Peccato che lei, proprio con un cliente, quattro fa abbia concepito Anthony. Peccato, anche, che poi lui non abbia voluto più saperne niente di lei e tantomeno del bambino. Un coglione si è scelta. Un coglione di cliente.
Comunque, ci ho riflettuto tutta la mattina, poi nel primo pomeriggio ho deciso di organizzare questa cosa. Con il rischio di non portarla a termine, ovviamente. E con il rischio di andare forse oltre con una persona che da domani non rivedrò più.
Ma quel sorriso sincero mi rincuora. Lei è qui. Andiamo avanti. Vada come vada.
<<Pura coincidenza>> sto al gioco <<ma visto che ci siamo, seguimi.>>
Lei lo fa. La accompagno dietro all’hotel dove ho parcheggiato la motoslitta.
Prima di sedermi indosso il cappello con il pelo. Ne ho uno anche per lei e mi avvicino per farglielo indossare.
Mentre lo faccio noto quanto le nostre nuvolette di vapore siano vicine. Noto quanto vogliano fondersi l’una nell’altra. Noto le sue labbra semi aperte. Noto il formicolio delle mie vogliose di baciarle.
Non è ancora il momento.
Mi sforzo di rimanere concentrato su quanto sto per fare.
Non so se arriverà mai quel momento, a dire la verità.
Salgo sulla moto e lei si accomoda dietro. Le sue mani mi stringono i fianchi, riesco a sentire una scossa nonostante io indossi un maglione grosso e un giubbotto da neve. Accendo il motore e parto.
Attraversiamo il bosco. Il silenzio è rotto solo dal rumore della motoslitta, il buio è rischiarato solo dalle nostre luci.
Tutto attorno alberi, neve e pace totale.
Ogni tanto mi volto per chiederle se va tutto bene e lei mi risponde sempre di si.
So che sta sorridendo perché lo percepisco mentre parla, anche se sono praticamente solo monosillabi.
Capisco che si guarda attorno e che si sta godendo il momento che le ho voluto regalare. E ancora non sa il resto che ho preparato per lei.
Speriamo che Rose sia riuscita a fare tutto quello che le ho chiesto. Quella donna è davvero una santa. Dovrò pensare ad un regalo enorme per lei quest’anno. Se mai troverò il tempo per cercare qualcosa.
Dopo quasi venti minuti di percorso in salita nel bosco raggiungiamo la casa di Rose. Siamo a quasi 2000 metri di altezza e la neve qui è ancora più abbondante e soffice.
Rose non si fa vedere, ma ha lasciato tutto l’occorrente appoggiato alla parete, come da accordi.
Parcheggio la motoslitta e scendo aiutando poi Bella che mi sembra felice, ma congelata.
Le offro una tazza di the caldo preparato da Rose e lasciato saggiamente nel thermos fuori dalla finestra, assieme a due tazze natalizie.
Bella lo accetta visibilmente grata.
<<Cavolo è davvero bello quassù…c’è una gran pace. Non ho mai sentito tutto questo silenzio>> dice tra un sorso e l’altro.
<<Sì, adoro questi posti>> le confermo. <<Sono stato via diversi mesi ultimamente, ma ogni giorno ne ho sentito la mancanza>> aggiungo guardandomi attorno e inspirando con gratitudine l’aria fredda.
<<Immagino>> annuisce finendo il suo the.
<<Ok, procediamo>> annuncio prendendo l’attrezzatura dalla parete.
<<Come scusa?>> chiede sbigottita.
<<Non penserai mica che ti abbia portata fino qui solo per una tazza di the all’aperto vero? Per chi mi hai preso, scusa?>> le sorrido e faccio l’occhiolino mentre inizio ad armeggiare con i suo piedi.
<<Cosa stai facendo?>> continua a guardarmi inorridita. Mi fa un gran ridere quel suo sguardo smarrito.
<<Ti sto mettendo le ciaspole, non vedi?>>
<<Le cosa??>>
<<Le ciaspole!>> confermo alzandomi avendo finito con i suoi piedi.
Indosso anche le mie, mi infilo sulla testa l’elastico con la torcia e la invito a seguirmi.
<<Forza andiamo montanara…>>
<<Andiamo dove??>>
<<A camminare nel bosco.>>
<<Ma tu devi essere impazzito!>> urla quasi.
<<Ti conviene seguirmi…qui in casa non c’è nessuno>> mento, ovviamente , <<ed è pieno di orsi e di lupi qui intorno. Stammi vicino e vedrai che andrà tutto bene>> rido mentre le infilo due racchette tra le mani ed inizio ad avviarmi per il sentiero.
Bella segue alla lettera le mie parole e, con andamento a papera che me la fa sembrare ancora più carina, mi raggiunge e si appiccica alle mie spalle alla minima distanza utile per non inciampare insieme tra la neve fresca in un groviglio di piedi, gambe e ciaspole.
***
Il buio la fa da padrone in questo posto.
Il buio, gli abeti, la neve. Le impronte di qualche animale che Edward mi spiega possono appartenere ad una lepre o a un cerbiatto. O a un lupo affamato, poi aggiunge, prendendomi in giro.
Il profumo dell’inverno. Il silenzio rotto solo dai nostri passi, dai respiri e da poche parole che ci scambiamo.
Il groviglio dei miei pensieri. Le mie emozioni contrastanti. La meraviglia per avere il privilegio di vivere tutto questo, la paura nel sapere che mi trovo a chissà quale altezza, da sola, di notte e in mezzo al bosco con un uomo che conosco, diciamo così, da meno di 48 ore.
Tra tutti questi rumori il più forte resta comunque quello del battito accelerato del mio cuore.
Edward mi precede di pochi passi, io lo seguo attenta a non inciampare tra quelle robe che ci ritroviamo sui piedi e di cui non ricordo più il nome, e a non perdere contemporaneamente lo spettacolo che mi ritrovo davanti agli occhi.
Assorbo il più possibile di questa esperienza più unica che rara per una ragazza di città come me. Mai avrei immaginato che questo viaggio mi portasse  dove mi trovo in questo momento. Con un uomo come lui.
Ad un tratto vedo i piedi di Edward arrestarsi.
Alzo lo sguardo e di fronte a me, oltre a lui, trovo una baita con le finestre illuminate e il camino fumante.
Vorrei chiedergli spiegazioni, ma lo sguardo sicuro e il sorriso soddisfatto che mi regala mi fanno capire che siamo arrivati a destinazione.
<<Sembra una casa delle favole…>> riesco a dire.
<<Lo pensava anche mia madre quando l’ha acquistata, sì…>> conferma.
<<Forza, andiamo dentro a scaldarci.>>
Eh, a scaldarci Edward…io in realtà sarei già abbastanza calda vista la camminata a cui mi hai costretta, ma vista, soprattutto, la tua vicinanza.
Come faccio a dirti che dentro brucio dall’esatto momento in cui ho sbattuto contro di te fuori dall’ascensore? Come?
Ovviamente non dico niente di tutto questo e, docile, lo seguo dentro casa dopo essermi fatta aiutare a togliere quegli arnesi dai piedi.
L’interno è piccolo, ma meraviglioso.
Alla sinistra dell’ingresso c’è un piccolo cucinino con un bollitore pronto e fumante.
Alla nostra destra, a pochi passi di distanza, un camino acceso riscalda l’ambiente. Di fronte a lui un divano di pelle bianca con due pile grigi morbidamente adagiati, un tappeto rosso a terra e un sacco di candele accese ed eleganti decorazioni natalizie, albero compreso, ornano la stanza.
<<Wow>> non posso aggiungere altro.
<<Bello eh?>> chiede Edward iniziando a togliersi la giacca.
<<Direi proprio di si>> asserisco continuando a guardarmi attorno.
<<Ho fatto preparare anche qui qualcosa di caldo….se ti va ovviamente.>>
<<Si, magari. Grazie>> rispondo mentre seguo il suo esempio e mi tolgo i vari strati di indumenti che indosso, chiedendomi tra le altre mille cose da chi ha fatto preparare tutto questo…
Edward versa della cioccolata calda per entrambi e ci avviciniamo al fuoco del camino.
Mi siedo a terra, non so nemmeno io il perché, ma mi viene spontaneo. Il divano resta intatto alle nostre spalle.
Edward si accomoda vicino a me. Molto, molto vicino.
Mi passa la tazza e le nostre mani si toccano per infiniti secondi. Lui non lascia la tazza. Io non arretro con la presa. I nostri occhi si agganciano e non vogliono sapere di separarsi.
<<Non pensare male Bella. Non ti ho portato qui per…>> spiega, ma lascia a metà la frase.
<<Per?>> chiedo sottovoce.
<<Per fare quello che forse pensi.>>
<<E per cosa mi hai portata qui Edward?>> continuo con un filo di voce mentre le sue dita accarezzano le mie e il mio cuore sta tentando di uscire dal petto per andare ad abbracciare il suo.
<<Perché volevo conoscerti un po’ di più. E perché dal primo momento in cui ti ho vista ho provato forte l’impulso di buttarti giù dalle scale>> risponde con un mezzo sorriso << ma anche quello di scaraventarti dentro l’ascensore e di baciarti fino a lasciarti senza fiato.>>
Scema come sono mi viene da ridere pensando che l’istinto omicida verso le persone che ci piacciono è una delle cose che a questo punto ci lega, ma lo faccio senza lasciare le sue mani e, soprattutto, i suoi occhi.
<<Cosa c’è da ridere?>> chiede smarrito e divertito a sua volta.
<<C’è che noi due insieme siamo piuttosto pericolosi…dopo te lo spiego. Adesso, per favore, baciami…>>
Non so come questa richiesta sia uscita dalle mie labbra. So però che lui mi ha ascoltata per bene dal momento che pochi istanti dopo le nostre bocche sono congiunte in un delicato bacio.
Il brivido profondo che provo quando le sue labbra sfiorano le mie non  ha niente a che vedere con i baci finora ricevuti. Niente. Neanche lontanamente.
E il problema è che più lui mi bacia, più io ho bisogno che continui a farlo.
Le cioccolate rimaste intatte vengono appoggiate dalle sue delicate mani a terra, sufficientemente lontane da non essere rase al suolo.
Mi stringe il viso e se ne impadronisce come meglio crede.
Continua a baciarmi facendomi sentire la persona più importante sulla faccia della terra. L’unica degna di essere qui con lui adesso.
Lentamente prendiamo confidenza con le reciproche labbra e le mani iniziano ad accarezzare i corpi ancora  sconosciuti.
Il mio maglione abbandona il suo posto e viene lanciato sul divano assieme a quello di Edward. Sono finiti uno sopra l’altro. La cosa mi fa ben sperare.
A poco a poco rimango in reggiseno e slip.
Le sue dita percorrono devote la mia pelle e mi ricordano con straordinaria precisione le sensazioni provate durante il mio massaggio in SPA.
<<Eri tu…>> ansimo assaporando un altro bacio.
<<Dove?>> chiede con le labbra sulle mie.
<<In SPA. Eri tu a massaggiarmi…>>
<<Si>> conferma con una leggera smorfia di dolore e pentimento.
<<Perché?>> chiedo persa nelle sensazioni che le sue dita mi regalano una volta superata la barriera dei miei slip.
<<Perché avevo troppa voglia di te. Ingestibile. Incontrollabile. E non immaginavo avrei mai potuto averti diversamente…>> spiega facendomi distendere sul rosso tappeto, spinta dal suo peso.
<<Previsione sbagliata mi sa tanto…>>
<<Ne sono lieto…non sai quanto.>>
I nostri discorsi finiscono lì.
Ai piedi di un caminetto, abbracciati da un tappeto, coccolati dal profumo dell’albero di Natale ci amiamo per un tempo infinito. Conoscendoci, esplorandoci, regalandoci emozioni a vicenda.
Non mi sono mai sentita così amata come adesso con lui. Mai.
Domani capirò forse di aver sbagliato tutto. Ma adesso va bene così.
Adesso è cosi.
***
25 dicembre
La mamma di Alice sta servendo l’antipasto.
A tavola sono tutti allegri e brindano a tutto spiano. Baci, abbracci, auguri, regali.
Ed io sono seduta su questa sedia, li osservo e continuo ad agitarmi. Non riesco a trovare la posizione comoda, non riesco a stare ferma per due minuti consecutivi.
Non riesco a godere di questo momento come mi aspettavo.
E non è perché non mi piace stare qui. Non è perché non sono contenta di essere con loro o perché voglia abbandonare la loro, e la mia ormai, tradizione di Natale.
E’ che sento che mi manca qualcosa. Sento che mi  manca lui.
Lui, Anthony. Il loro mondo. Le loro vite.
Ieri mattina mi sono svegliata stretta nel suo abbraccio.
Era l’alba quando mi ha baciata sulle labbra e mi ha dato il buongiorno.
Non avrei mai voluto lasciare quel letto e quella baita. Ma ero perfettamente consapevole di aver fatto di sicuro preoccupare Alice, essendo sparita così per una notte intera. E che era giunta l’ ora di rientrare nella mia vita. Nelle nostre vite.
Non ci sono state molte spiegazioni o parole su quanto era successo. E nemmeno promesse.
Abbiamo fatto colazione nel cucinino. Io in braccio a lui a prendermi gli ultimi attimi di questo prezioso noi.
Il cuore pesante per l’addio sempre più vicino, ma grato per le emozioni che ha provato.
Abbiamo ripercorso al contrario il sentiero nel bosco con le ciaspole. Anche di giorno l’ambiente era fiabesco con il luccichio del sole riflesso sulla neve candida. Un volpe rossa ci ha osservati curiosa da dietro un albero. Mancava solo Pollicino per completare il quadro.
Una volta arrivati alla motoslitta, ancora parcheggiata di fronte alla finestra dove avevamo bevuto il the caldo la notte prima, Edward mi ha raccontato di Rose. Mi ha spiegato che lei e la sua famiglia vivevano in quella casa. Che aveva preso il suo posto in SPA durante il mio massaggio anche se lei non era d’accordo, che lei lo aveva aiutato ad organizzare tutta la serata e la baita ed era molto più d’accordo.
Rose era come una zia per lui. La persona che più di tutte lo aveva sostenuto dopo la morte di sua madre. La persona che più di tutte lo  aveva fatto sentire capace di portare avanti l’hotel e tutte le attività che aveva ereditato all’improvviso. Anthony compreso.
Certo che ne sarà capace. Certo.
Arrivati all’hotel siamo rimasti entrambi in silenzio, immobili sulla motoslitta con il motore spento per diversi minuti. Sembrava fossimo in modalità “pause”.
Nessuno dei due voleva andare, nessuno dei due voleva porre fine a tutto questo.
La vocina di Anthony ci ha costretto a spingere il bottone sul “play” e andare avanti.
E’ corso incontro a suo fratello saltellando tra la neve e chiamandolo a gran voce.
Dietro a lui la vista della giovane baby-sitter mi ha fatto provare uno strano sentimento di gelosia e invidia. Lei li avrebbe vissuti. Io sarei stata di lì a poco a chilometri e chilometri di distanza. Non avrei più saputo niente di loro.
Non ho chiesto il numero a Edward e lui non l’ha chiesto a me. E’ una storia nata e finita, la nostra. Anche se in cuor mio non la penso così. Non vorrei così.
Anthony poi mi ha preso per mano e mi ha fatto correre verso il pupazzo di neve da poco costruito con le sue minuscole manine.
Il suo entusiasmo, la sua voglia di vivere, di giocare e di ridere mi hanno fatto capire una volta di più che i bambini sono capaci davvero di vedere oltre.
Nulla potrà restituirgli sua madre, nulla potrà colmare il vuoto che lei ha lasciato, ma Anthony non può fermarsi. Anthony è energia pura. Amore puro. Lo fa trasparire da quegli occhi chiari. Identici a quelli di suo fratello. E so che si sosterranno a vicenda quegli occhi e quei cuori. Sempre.
<<Bella…Bella…>>  il richiamo di Alice mi fa tornare tra i commensali.
Hanno tutti finito di mangiare. Io non ho toccato il piatto.
<<C’è qualcosa che non va piccola?>> mi chiede premurosa sua madre.
<<No, no signora, tutto a posto…>> mento. Tento di mettere in bocca qualcosa, ma non scende niente. Ho davanti agli occhi l’immagine di Edward che prima di entrare nella hall mi abbraccia e mi bacia incurante della receptionist scioccata, incurante degli altri clienti che stanno facendo il check-in o che sono alle prese con le valigie.
“Addio straniera” mi ha detto. “Hai regalato a me e a Anthony un motivo per festeggiare questo Natale. E tutti gli altri che verranno perché il ricordo di te non passerà mai. So che chiederti di rimanere è impensabile, so che non ci siamo promessi niente e so che adesso non posso prometterti niente. Ma non è stato solo sesso. Questo voglio che tu lo sappia.”
Un ultimo bacio sulla fronte e si è incamminato nel suo regno.
Anthony lo ha seguito sconvolto quanto me da quanto aveva appena visto.
Il suo “Ciao mamma Bella …” mi ha dato il colpo di grazia.
Sono salita in camera correndo e non ho potuto spiegare niente ad Alice che era in preda ad una crisi di nervi visto che da ore mi stava cercando.
L’ho abbracciata e ho pianto tutte le mie lacrime.
Quella della donna improvvisamente ed imprevedibilmente innamorata di un uomo impossibile che l’ha fatta sognare per due giorni, quelle della fidanzata tradita e abbandonata da chi si fidava e per chi aveva rinunciato a gran parte di sé stessa, quelle della bambina senza una vera famiglia. E senza mai un vero Natale.
Tutte, tutte le lacrime sono uscite, forse, per la prima volta liberando e sciacquando la mia anima.
Solo in macchina sono riuscita a raccontare ad Alice quanto era accaduto nelle ultime 48 ore. Non senza fatica, non senza groppi in gola.
Lo stesso che ho in questo preciso momento.
<<Scusate>> mi alzo dalla tavola e corro in bagno a nascondere i lacrimoni che spingono e che non riesco più ad arginare.
Poco dopo qualcuno bussa alla porta.
<<Bella, Bella fammi entrare per favore…>>
E’ Alice. Giro la chiave e le apro la porta.
Si siede sul bordo della vasca e mi prende le mani.
<<Due ore Bella. Due ore di strada e sei là.>>
La guardo sconvolta. Quel pensiero non mi era nemmeno balenato per la mente. Devo solo chiudere, chiudere, chiudere. Questo devo fare.
<<Non guardarmi così. Prendi la mia macchina e parti. Lo sai che è quello che vuoi. E credo che anche lui lo voglia. Non rinunciare Bella, non rinunciare a quello che avete sentito. Non succede tutti i giorni. Lo sai bene. Io lo so bene.>>
Per la prima volta, ascoltando le sue parole, penso che forse possiamo darci una possibilità. Penso che forse dobbiamo farlo.
Di sicuro io devo fare qualcosa. Per me. Almeno per me.
Aiutata dalle mani ferme ed esperte della mia amica mi risistemo acconciatura e trucco.
Neanche mezz’ora dopo sono in autostrada, direzione Cortina.
In auto i cd natalizi di Alice mi fanno compagnia. Non li tolgo. Alzo il volume. E canto. Io canto. Vada come vada oggi è il mio Natale.
E’ il momento delle scelte. E io ho scelto di essere felice, oggi.
L’Hotel Bellevue è illuminato a festa. Abeti e luci eleganti. Fiocchi dorati colmi di brillantini abbelliscono l’ingresso.
Non avevo fatto caso nei giorni scorsi a quanto fosse bello e curato questo posto. A quanto amore viene messo in ogni singolo dettaglio.
Parcheggio l’auto poco distante e, facendo attenzione a non cadere sulla neve, dal momento che ancora indosso le scarpe rosse di Alice prestatemi per il pranzo a casa sua, entro nella hall.
In reception non c’è la ragazza di sempre. Edward le avrà certamente dato un giorno di ferie. Al suo posto arriva Rose, la mia massaggiatrice a metà, con la divisa dell’hotel. E’ lei che sostituisce  la ragazza, evidentemente.
Mi riconosce subito e mi offre un sorriso aperto e cordiale.
<<Buon Natale, ben arrivata.>>
<<Grazie mille. Buon Natale anche a lei…>> rispondo un po’ in imbarazzo.
<<Posso aiutarla?>>
<<Io…io dovrei lasciare questo regalo ad Anthony>> le dico mostrando il pacchetto che tengo stretto in mano. E’ l’orsetto che gli avevo comprato l’altro giorno e che non avevo avuto l’occasione, né il coraggio di consegnare. E la sua copertina che mi sono portata a casa mettendola per sbaglio-ma neanche tanto- in valigia.
<<Babbo Natale conosce davvero vie infinite. Prego, mi segua. Le faccio strada>> mi invita composta, ma raggiante.
Saliamo fino all’ultimo piano. In ascensore non ci diciamo niente. E credo sia meglio così.
<<La prima porta a destra>> mi informa quando le porte dell’ascensore si spalancano.
<<Grazie…>> tentenno.
<<Vada tranquilla. Saranno felici. Entrambi>> mi rassicura stringendomi delicatamente un braccio.
Raggiungo la porta indicata.
Rimango fuori per qualche istante ad ascoltare il suono di un pianoforte e la voce di un bambino che canta allegro, un po’ a modo suo
I don't want a lot for Christmas
There is just one thing I need
I don't care about the presents….
Non voglio molto per Natale
C’è solo una cosa di cui ho bisogno
Non mi interessano i regali…


Sorrido al pensiero che ascoltavo questa canzone in auto con Alice solo tre giorni fa e mi infastidiva la gioia di Mariah nel cantarla e nell’annunciare al mondo il suo amore incondizionato verso qualcuno. Ora diventa in un attimo la mia canzone preferita.
Ora, la capisco benissimo.
I just want you for my own
More than you could ever know
Make my wish come true oh…

Voglio solo te tutto per me
Molto più di quanto potessi immaginare
Realizza il mio desiderio oh…
Busso ed interrompo Edward che stava dando man forte al piccolo canterino.
La porta si apre.
I suoi occhi meravigliosi si spalancano per la sorpresa.
I piedini di Anthony zampettano e si fermano al suo fianco.
<<…All I want for Christmas…is you…>> intono stonata come una campana e con la voce rotta dall’emozione.
<<Mamma Bella!>> urla il piccolo saltandomi in braccio.
Metto nelle mani di Edward il pacco regalo e raccolgo Anthony stringendolo forte quanto il bene spontaneo che provo per lui.
<<Auguri piccolo! E’ passato Babbo Natale da casa mia…non potevo non portarti il regalo che mi ha lasciato per te>> gli dico annusando il suo meraviglioso odore di bambino.
Edward è ancora immobile e senza parole.
Temo per un attimo di aver fatto male ad essere venuta, potrebbe anche non essere solo, potrebbe anche non volermi qui nel giorno di Natale, potrebbe anche…
<<Tu sei davvero il regalo più prezioso che Babbo Natale poteva farci…straniera.>>
Sbagliavo. Edward ci stringe entrambi come fossimo una cosa sola. Come fossimo una famiglia.
Non so se mai lo diventeremo. Non so cosa succederà domani o tra un mese o tra un anno.
Quello che so è che oggi è Natale.
E ho scoperto, solo ora, solo grazie a questi due uomini, solo grazie alla loro forza, alla loro tenacia, ai loro sorrisi e alle loro sorprese, che Natale è dove si trova il tuo cuore.
Natale è qui, per me.

Solo, solo qui.