UN AMORE DI
NATALE
22 Dicembre
Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
Jingle bells swing and jingle bells ring..
Jingle bells swing and jingle bells ring..
<<Cazzo!>>
Mi
schiaffo con tutte le forze il cuscino contro le orecchie. Me lo avvolgo
talmente attorno al viso che rischio di auto soffocarmi.
Eppure
questa maledetta musica non smette. Cazzo.
Lo
so, lo so che è stata Alice a cambiarmi la suoneria. Lo deve aver fatto ieri
sera mentre bevevo una dei miei ultimi cocktail. Non saprei dire quale visto
che credo di essere ritornata a casa ubriaca, peraltro non so nemmeno bene come
io sia ritornata a casa. Ma non ci voglio pensare, non ci riesco! Questa cazzo
di musica natalizia mi perfora i timpani e si irradia nel cervello dando vita
ad un nervoso che credo tra poco mi scoppieranno i muscoli e diventerò verde,
trasformandomi nella versione femminile di Hulk.
Grugnendo
e imprecando mi alzo dal letto e, dopo essere inciampata sui mei vestiti, aver
di conseguenza battuto il mignolo del piede destro contro lo spigolo del letto,
aver tirato qualche vaffanculo al mondo, raggiungo il mio Iphone e faccio
tacere quella vocina allegra e insopportabile premendo il tasto verde.
Errore.
Errore madornale.
Un’altra
voce, altrettanto entusiasta, si espande nella stanza talmente forte che mi
trovo costretta ad allontanare il telefono dall’ orecchio per non diventare
sorda.
<<Bellaaaaaa….aprimiiiii….sono
quiiii>>
<<Cosa
cazzo ci fai qui Alice?>> borbotto con la bocca ancora impastata dal
sonno. Sonno che avrei volentieri protratto per altre due, tre, venti ore. Ho
un mal di testa che neanche una confezione di aspirine farebbe passare. Che
giornata di merda prevedo.
<<Apri
apri apriiii>> urla Alice dal telefono e oltre la mia porta, alternando
su quest’ultima tocchi ritmici al tempo di dio sa solo cosa le passa per la
testa.
So
che non la smetterà finché non la farò entrare e le farò dire quello che tanto
le preme.
La
conosco dai tempi delle elementari. Io la adoro, la adoro proprio -altrimenti
non si spiega il fatto di essere ancora le migliori amiche l’una per l’altra.
Ma, sono sincera, in momenti come questo la butterei volentieri giù per la
rampa di scale del condominio.
Lo
so, lo so che non dovrei pensare a una cosa così orribile e lo so, lo so che a
Natale non si fa, non si deve e bla bla bla.
E
chi cazzo se ne frega.
Apro
la porta di malavoglia e la mia amica vestita, pettinata e truccata di tutto
punta entra baldanzosamente nel mio mini soggiorno.
Dio
che nervi quando la vedo così perfetta e io mi ritrovo in pigiama e pantofole,
praticamente uno straccio.
Noto
improvvisamente la sua aria particolarmente felice. E questo mi dovrebbe
preoccupare. Se solo non fossi così rincoglionita, se solo non mi avesse presa
alla sprovvista…se solo. Cazzo, troppo tardi.
Sono
ancora troppo intontita per realizzare appieno quello sguardo, chiudermi in
camera e proteggermi dai suoi progetti.
Appoggia
le sue mani sulle mie spalle e mi fissa negli occhi.
Inizia
a parlare ad un ritmo talmente frenetico che le parole sembrano accavallarsi.
Il che non facilita certo la mia comprensione.
Mi
sembra di essere in un cartone animato. Mancano solo che gli occhi inizino a
ruotarmi come nelle slot-machines.
<<Allora,
tieniti forte cara amica mia…io e te…tra due ore partiamo…per Cortina!! Siiii
Cortina! Hai presente? Neve, sci, SPA, slittini e soprattutto negozi di lusso e
maestri palestrati e uomini eleganti e oh mio Dio ma ti rendi conto? Che botta
di culo Bella! Dovresti ringraziarmi di averti iscritta e di avermi come
amica!>>
No, mi
correggo. Non è un cartone animato. Questo è un incubo. O un film horror. O
qualsiasi altra cosa che faccia ridere zero. Cosa abbia lei da saltellarmi
davanti, proprio non riesco a capirlo.
<<Aspetta,
aspetta!>> la blocco mettendole una mano aperta davanti al naso. Il che,
fortunatamente, rallenta le sue convulsioni <<dov’è che mi avresti
iscritta, scusa?>>
<<Senti,
dai non guardarmi così…>>
<<Non
guardarmi così? Non guardami cosi?!?>> ripeto alzando di un’ottava il
tono di voce.
Comincio
ad essere davvero sveglia. E comincio anche a pensare che l’idea delle scale
del condominio era proprio un’ottima idea.
Alice
mi prende per un braccio e mi fa sedere accanto a lei sul divano. La seguo
scontrosamente. So già che mi incastrerà anche stavolta. Lo so, merda. Lo so
benissimo.
<<Senti
Bella tu sei la mia migliore amica vero?>>
<<Cazzo
Alice, non puoi partire così…>>
<<Rispondi
su…>>
<<Ohhh
Alice….che palle! Certo che si, lo sai no?>>
<<E
certo che lo so!>> inizia a sorridere. Sa di aver già raggiunto il suo
scopo. Dio come è subdola quando vuole… <<ed è per questo che tu non
permetteresti mai che io perdessi l’occasione di passare tre, dico tre giornate
in un hotel di lusso, tutto spesato e con la possibilità di incontrare magari
l’uomo della mia vita che in questo momento è già là in attesa di vedermi…vero?
Verooo?>>
Dio
mi viene da piangere. Se non fossi così incazzata piangerei, davvero.
<<Alice
ma cosa c’entro io in tutto questo…se hai questa opportunità ben per te. Io ho
un sacco di cose da fare in questi giorni, ci vediamo giusto in tempo per il pranzo di Natale,
no? Perfetto direi…>>
<<Eh
no!>> mi guarda allucinata <<non puoi pensare di mandarmi da sola.
E non puoi pensare che io non voglia condividere questa cosa con te, amica mia.
Non intendo lasciarti per tre giorni, proprio sotto Natale, ad ingozzarti di
gelato e cioccolata, ubriacarti da sola con vino scadente e a piangerti addosso
per essere stata lasciata da quel verme schifoso di un vigliacco figlio
di….>>
<<Ok,
ok chiaro. Non serve che vai avanti …so come la pensi su Jake. Che poi il fatto
che si sia scopato Jessica la sera del nostro anniversario ormai l’ho
digerita…>> riesco a dire trattenendo a stento un conato di vomito.
<<Si
come no>> ironizza Alice che mi conosce più bene di chiunque altro al
mondo. Me inclusa.
<<E
poi scusa>> ora che ho messo a fuoco gran parte delle sue parole mi si
formano un mucchio di domande a cui non so porre freno << perché dovresti
andare a Cortina proprio a tre giorni da Natale? E con chi? E chi
pagherebbe?>>
<<Ah,
ma allora vedi che ti interessa?>> urla battendo le mani. Ecco, lo
sapevo. Ha rigirato il tutto a suo favore, come sempre!
Sfinita,
appoggio il gomito sul ginocchio e mi sorreggo il capo che ancora pulsa per
l’alcool non smaltito.
<<Si
dai, spara e facciamola finita.>>
<<Allora,
stamattina presto in ufficio hanno premiato la promoter migliore dell’anno con
una tre giorni di corso intensivo all’hotel Bellevue di Cortina e indovina chi
è risultata essere la migliore delle migliori?>>
<<Eh,
aspetta…proprio non saprei…>> sbuffo.
<<Siii,
proprio io! Quindi ho subito accettato e visto che l’invito era esteso ad
un’ospite ho aggiunto sulla lista anche te. …partiremo tra due ore. Quindi vedi
di sistemarti, prepara la valigia e mettiti addosso il più bel sorriso che hai
nell’armadio…su! Ci divertiremo un sacco vedrai!>> applaude. Ancora.
La
strozzo. Sarebbe una valida alternativa alle scale.
<<Cazzo
Alice, ma non ho neanche un fottutissimo completo per la neve! E poi quando tu
sarai a quel cazzo di corso io cosa farò?>>
<<Allora,
intanto, per l’abbigliamento da neve ci ho pensato io. Prima di venire qui a
darti la bella notizia mi sono fermata al centro commerciale e ho fatto
shopping anche per te…consideralo il mio regalo di Natale…>> dice
soddisfatta di se stessa.
Solo
adesso noto le due borse piene di roba appoggiate a terra in ingresso.
Non
devo più bere. Non devo più bere. Me lo ripeto una decina di volte come pro
memoria per proteggere me stessa da future disfatte come questa. I dettagli mi
avrebbero salvata. Merda.
<<E
per quanto riguarda il corso mi impegnerà solo due ore la mattina e tre al
pomeriggio. Poi ci daremo ai bagordi, allo shopping, agli aperitivi e alle cene
di cui una di gala. Fantastico no?>>
<<Mamma
mia…veramente, veramente fantastico>> confermo in tono monocorde.
<<Vabbè
dai, non c’è più tempo. Devo correre a casa a fare la valigia e a mezzogiorno
sono qui a prenderti ok? Mangia un panino che per strada non ci fermeremo, alle
sei ho già in programma un briefing di benvenuto!>>
Non
mi lascia nemmeno il tempo di risponderle. Ha già chiuso la porta di casa mia
si è lanciata in una corsa pericolosa giù dalle scale. Sempre quelle. Ma so che
arriverà fino in fondo indenne. Lo fa sempre, nonostante i tacchi. Come, non
so.
Mi
rendo improvvisamente conto di essere sola e fregata.
Fantastico.
Bel modo di iniziare le mie due settimane di ferie obbligate. Bellissimo.
#Feriedimerda
sarà l’hashtag che userò per i prossimi giorni. Questo è certo.
***
Poco
più di due ore e tre aspirine dopo, il clacson dell’auto di Alice strombazza
allegramente sotto la mia finestra.
Prima
che i miei vicini decidano di tirarle un paio di uova o un secchio di acqua
pronta a ghiacciare, decido di uscire con la mia valigia al seguito e il
broncio che non riesco a togliermi di dosso. E’ inutile, questa idea non mi
piace e, quando a me qualcosa non piace, è difficile far finta che sia il
contrario. Mi si legge negli occhi,
nelle pieghe della bocca e nelle rughe che solcano la fronte.
Alice
mi farà diventare vecchia prima dell’ora. Fanculo.
Il
mio evidente stato d’animo non sembra minimamente infastidirla. Appena carico
la valigia nel bagagliaio e mi siedo al suo fianco, sfreccia talmente veloce
che anche Senna rimarrebbe senza fiato, pace all’anima sua.
Durante
il viaggio ben due cd natalizi ci fanno compagnia. Alice conosce tutte le
canzoni a memoria e le canta con un trasporto da far invidia ai folletti di
Babbo Natale. Lei adora il Natale.
A me
non dice niente, anzi mi sta piuttosto antipatico, quest’anno in particolare.
Sarà
perché io non ho mai festeggiato il Natale come lei. Ho vaghi ricordi da
bambina, forse un paio di volte mi sono ritrovata un piccolo dono, ma non ho
mai avuto un albero decorato in casa o una pranzo di famiglia. O racconti di
Babbo Natale, letterine, liste di buoni e cattivi o elfi premurosi.
I
miei non avevano certo tempo per queste feste che liquidavano semplicemente
come “stronzate commerciali”. Il loro unico e principale pensiero era portare
al massimo il profitto dell’azienda di famiglia. A fine anno, poi, era una
questione di vita o di morte. Tutto il resto, io compresa, veniva dopo. Molto
dopo. Che, io dico, almeno avesse funzionato. Tutt’altro. L’azienda è crollata
qualche anno fa portando i miei sul lastrico e al divorzio per niente
consensuale. Ringrazio il cielo di essere stata già maggiorenne e fuori di casa
all’epoca.
E’
stato proprio nell’anno in cui ho iniziato a crearmi una vita da sola e me ne
sono andata di casa che ho iniziato a festeggiare il giorno di Natale. E tutto
per colpa, o grazie a seconda dei punti di vista, ad Alice. E’ stata lei ad
invitarmi a casa sua per il pranzo del 25 dicembre cinque anni fa completamente
sconvolta dal fatto di sapermi da sola a casa davanti ad un banale surgelato e
ad un film visto tremila volte. Per lei era assolutamente impensabile che io
passassi la giornata della Festa per eccellenza così. E da quel giorno so cosa significa
un succulento pranzo di Natale, composto da almeno dieci portate, e passare un
intero pomeriggio ad aprire regali, baciare parenti e giocare a tombola. So
cosa vuol dire rompersi le scatole, ma so anche il significato di calore di famiglia.
Non
è certamente mia abitudine, e sicuramente se non dovessi più andare a casa di
Alice dubito che io festeggerei di mia sponte, ma in cuor mio so che non
cambierei la nuova usanza di questo giorno con niente al mondo, anche se non lo
do a vedere e non ho mai ringraziato Alice e la sua famiglia per avermi
introdotta ed inclusa nella loro tradizione natalizia.
Non
che questo abbia migliorato troppo il mio atteggiamento disilluso verso le
festività, quest’anno poi dopo quanto è successo con Jake proprio far festa
sarebbe il mio ultimo pensiero, ma aspettare il Natale e il pranzo da Alice mi
fa sentire meglio in qualche modo. Ed invidio profondamente, ma davvero
profondamente chi ama il Natale come lei e la sua famiglia. Loro sono veramente
in estasi dalla Vigilia in poi. Ogni anno. A prescindere da tutto quello che
accade loro intorno. Che cosa fantastica deve essere.
Mentre
Mariah Carey e i suoi acuti cercano in ogni modo di convincermi che anch’io
posso innamorarmi del Natale e che c’è speranza anche per una come me, Alice mette
la freccia seguendo le indicazioni per il parcheggio dell’Hotel Bellevue di
Cortina, facendo attenzione a non finire di muso contro uno dei tanti cumuli di
neve. Nemmeno mi ero accorta di tutto il bianco che ci circonda.
<<Cazzo
Alice! E’ qui che stiamo>> le chiedo frantumando la potente voce della
Mariah natalizia appena vedo l’ingresso del nostro hotel.
<<Siii,
hai visto che roba?>>
<<Ho
visto si! Cinque stelle, Alice! Io non ho mai nemmeno neanche parcheggiato in
un hotel cinque stelle…figuriamoci dormirci!>>
<<Lo
vedi? Te l’avevo detto che ne sarebbe valsa la pena!>>
Non
sono molto convinta di quest’ultima sua affermazione, ma certo è che sul lavoro
avrò qualcosa da raccontare al mio rientro dalle ferie. Finalmente qualcosa di
diverso dalla rottura del fidanzamento per cornificazione ripetuta e
prolungata.
Scendiamo
in un parcheggio coperto che, a memoria, è più elegante del soggiorno della
villa dei miei, villa che al momento si trova all’asta tra l’altro. Vabbè, lasciamo
perdere questi pensieri che non fanno che alimentare il mio astio verso il
genere umano, che già negli ultimi mesi non scarseggia affatto.
Rimango
leggermente delusa dal fatto di non veder arrivare un facchino ad accogliere
noi e le nostre valigie.
Borbottando,
io, e ridendo, Alice, troviamo la porta dell’ascensore e ci incastriamo al suo
interno strette tra il mio trolley e le sue due valigie. E il suo beauty case.
E gli scarponi da sci. Sempre suoi, ovviamente. Quando avrà il tempo di sciare,
poi, lo sa solo lei.
All’interno
dell’ascensore illuminato a giorno e con un sottofondo musicale natalizio-
anche qui, si, temo sia una congiura- troviamo le indicazioni per la reception,
al secondo piano.
Senza
esitare un attimo premo il tasto e l’ascensore inizia la sua marcia causandomi
il classico senso di vuoto allo stomaco. Non oso immaginare quale potrebbe
essere la sensazione se dovessi un giorno salire su un aereo. Dubito lo farò
mai.
<<Tutto
bene Bella?>> sui preoccupa Alice vedendomi improvvisamente sbiancare.
<<Certo,
certo…>> la rassicuro. Ma ringrazio di trovarmi già al piano prestabilito.
Goffamente
raccolgo la mia valigia e gli scarponi di Alice che appena scesi dall’auto sono
diventati di mia competenza e, appena vedo le porte aprirsi, avanzo con lo
sguardo rivolto a terra ad una velocità paragonabile a quella tenuta per tutta
la strada dalla mia compagna di viaggio.
L’impatto
con il muro che mi ritrovo di fronte è devastante, sotto molti punti di vista.
E
non si tratta affatto di un muro.
Due
braccia mi bloccano le spalle, mentre il mio naso cozza prepotentemente contro
un torace duro e profumato nascosto da una candida camicia bianca decorata da
una elegante cravatta nera.
<<Ma
che cazz….>> urlo mentre una pioggia di fogli si sparpaglia al suolo ai
miei piedi.
E a
quelli dell’uomo che mi sta di fronte e mi tiene ancora stretta in un abbraccio
forzato.
Alzo
lo sguardo e trovo a fissarmi due occhi di un azzurro ghiaccio mai visto prima.
Penso siano stati appositamente creati per un uomo che vive qui, fra la neve
candida e fredda di queste vette. E penso che se non fossero così incazzati,
sarebbero la cosa più bella che io abbia mai visto in vita mia.
<<Sarebbe
meglio guardare davanti quando si cammina>> la sua voce mi coglie alla
sprovvista per il tono acido e tagliente.
Le
sue mani sono così calde, la sua stretta così rassicurante. E la sua voce, pur
essendo meravigliosamente bella, è così dura. Stona completamente con il
quadro.
<<Mi
scusi>> sussurro mentre le sue mani mi lasciano, facendomi barcollare
all’indietro.
Gli
scarponi di Alice mi cadono di mano piombando, ovviamente, sul suo piede
destro, protetto da un semplice paio di Nike.
Cazzo,
adesso questo mi uccide.
Grugnisce,
invece. Solo grugnisce perché evidentemente è un signore. Stronzo e acido forse,
ma pur sempre un signore.
<<Oh
Dio mi dispiace davvero…>> mi scuso mentre mi abbasso per raccogliere uno
dei scarponi e i fogli sparsi tutto intorno. Peccato che anche lui abbia la
stessa identica idea, facendo inevitabilmente sbattere la mia fronte contro il
suo naso.
<<’Fanculo!>>
lo sento urlare mentre io tengo gli occhi chiusi e una mano sulla testa per la
botta appena presa.
Quando
li riapro lui non è più davanti a me e i fogli sono ancora più mal ridotti di
prima. Spiegazzati e allontanati ovunque.
Alice
se la ride alle mie spalle e se non fossi così in imbarazzo la soffocherei con
le mie mani nascondendo il cadavere nell’ascensore.
Devo
riflettere su questi miei pensieri omicidi nei suoi confronti...non va bene
Bella, non va affatto bene.
<<Non
c’è proprio niente da ridere…>> la rimprovero mentre mi siedo
definitivamente a terra nel corridoio di un albergo cinque stelle di Cortina.
<<A
me sembra un incontro programmato dal destino… hai presente i classici film di
Natale…>> mi prende in giro sforzandosi di contenere le lacrime.
Neanche
le rispondo. Ho un nervoso…
<<Forza Bella, alzati che andiamo a
registrarci prima che ci cancellino dalla lista delle prenotazioni…>>
aggiunge appena riesce a gestire i singulti e a non strozzarsi.
<<Senti
vai avanti tu, io raccolgo da terra i fogli…>>
<<Dici
sul serio?>>
<<Certo
che dico sul serio>> confermo sorpresa dalla sua domanda <<è il
minimo che possa fare per quel povero disgraziato. Non vincerà certo la
medaglia come gentleman dell’anno, ma sono io che l’ho travolto … e poi hai
visto com’era vestito? Camicia bianca, cravatta e jeans neri…aveva tutta l’aria
di essere un impiegato dell’hotel, non vorrei venisse licenziato per causa
mia…guarda qua deve essere una relazione importante questa…ed è tutta spiaccicata
a terra…>> continuo mentre Alice mi guarda con occhio sbarrati.
<<Ok…mi
sembra assurdo, ma fai come vuoi…>>
Tentenna
ancora qualche istante, poi si decide a proseguire per il corridoio seguendo le
indicazioni per la reception.
<<Ti
aspetto nella hall…non fare troppo tardi che ho la riunione…>> la sua
voce si perde in lontananza.
Appena
Alice gira l’angolo ripongo nuovamente a terra i fogli appena raccolti e mi
nascondo il viso tra le mani inspirando con forza.
Sento
di aver bisogno di aria fresca. Faccio fatica a respirare. Questo incontro-scontro
mi ha praticamente raso al suolo i nervi. So che non è stato nulla di
particolare, di figure di merda me ne sono fatte a iosa in tutta la mia vita.
Infatti
non è per il disastro che ho combinato che mi sento così.
E’
tutta colpa di quegli occhi grigi e profondi che mi hanno guardata con
rimprovero, di quelle dita lunghe ed affusolate premute con forza contro la mia
carne riparata solo da un leggero maglioncino, di quelle labbra piene e rosse
come se avessero da poco assaggiato delle ciliegie che mi hanno mandata a fanculo
in un hotel cinque stelle, se adesso mi sento completamente sconquassata
dall’interno.
Fuori
fase. Non pervenuta.
Neanche
dopo essere stata lasciata da Jake ed aver sentito la sua verità sulla storia
con Jessica mi sono sentita così frastornata.
Mi
interrogo sul perché della mia reazione e, dopo varie ipotesi, una più
improbabile dell’altra, decido che è frutto dell’ essere stata costretta a
venire in questo posto contro la mia volontà e senza preavviso e del mio essere
ritornata da poco single. Essere toccata e guardata da un uomo, così bello poi,
non mi succede da…beh…da… da parecchio, cazzo. In realtà da molto prima che
Jake mi piantasse. Avrei dovuto pensarci prima. Avrei dovuto e potuto capire
che c’era un'altra nella sua vita, un'altra che si sbatteva allegramente al
posto mio. Invece ho preferito tenere il prosciutto sugli occhi per continuare
la mia banalissima e tranquilla vita. Patetica. Sono patetica.
Finisco
di raccogliere i fogli a terra maledicendomi più e più volte per la stupidità
che mi caratterizza e li metto in ordine seguendo la numerazione delle pagine. Effettivamente
hanno proprio l’aria di essere una relazione e anche piuttosto importante.
Sbirciando qua e là tra le righe e tra i grafici mi rendo conto che si tratta
dell’analisi per la chiusura di bilancio dell’albergo. Sono cresciuta in mezzo
a questo tipo di scartoffie, non posso sbagliarmi.
Spero
il tipo non vada incontro a qualche punizione per averla smarrita e lasciata in
corridoio alla mercé di chiunque.
No
perché dico, se non mi fossi fermata io a raccogliere tutti i fogli?
A
pensarci bene si meriterebbe proprio una bella tirata d’orecchi dal titolare.
Non mi sembra affatto professionale come comportamento, il suo.
Il
mio senso di colpa si sta rapidamente affievolendo e, raccolti anche gli
scarponi e il mio trolley, raggiungo Alice in reception mandando a mia volta a
fanculo il gran pezzo d’uomo con cui poco fa ho avuto l’incontro ravvicinato.
Quando
leggermente trafelata e su di giri arrivo, vedo la mia amica intenta a ritirare
le chiavi della camera.
<<Oh
eccoti qua…>> sospira Alice visibilmente rasserenata dopo avermi vista.
Mi
sono sicuramente risparmiata una delle sue filippiche dal momento che sono arrivata
perfettamente in tempo per consegnare il mio documento d’identità alla
receptionist.
Sorrido
alla gentile ragazza e, oltre al mio documento, le consegno il plico di fogli
che ho raccolto.
<<Deve
essere caduto ad uno dei vostri collaboratori>> le spiego mentre lei
osserva i fogli leggermente smarrita.
<<La
ringrazio, è stata molto gentile signora. Consegnerò la documentazione al
signor Cullen quanto prima.>>
<<Beh,
non ho idea di chi sia il Signor Cullen, ma se lei ritiene sia il proprietario
dei fogli credo vada bene>> le sorrido.
Lei
invece non lo fa. Ha il volto tirato. Cavolo, avrò fatto una cazzata. Forse era
meglio lasciare tutto a terra e fregarmene. Magari il tipo è il suo ragazzo e
adesso il signor Cullen lo licenzierà e passeranno un Natale di merda a causa
mia e…
<<Bella
vuoi venire o resti lì??>> mi richiama Alice già avviata verso la stanza
numero 306.
Cazzo,
ho sempre avuto la mania di crearmi mille storie ad occhi aperti sulle vite
degli altri. Possibile che io non sia capace di farmi i cazzi miei?
La
raggiungo goffamente scusandomi con le tre, quattro o cinque persone in fila
che borbottano qualcosa contro di me.
Questo
posto non mi porta bene.
No,
decisamente no.
***
<<Signor
Cullen…questo è per lei credo. Me l’ha portato una cliente che ho appena
registrato.>>
Raccolgo
dalle mani di Greta i fogli della relazione per il bilancio che il
commercialista aspetta entro domani mattina. Sono stato una vita a prepararle e
quella deficiente che non sa nemmeno uscire da un ascensore come dio comanda,
mi ha buttato in malora ore e ore di
lavoro.
Mi
fermo un attimo di troppo ad osservare Greta a causa dei miei pensieri, ma appena
me ne rendo conto distolgo lo sguardo perché so di metterla in imbarazzo.
Qualche
mese fa ha confessato a mia madre di essere innamorata di me. Io, ovviamente, non l’ho mai considerata come
una papabile fidanzata nonostante non sia niente male.
Ma
credo il problema sia tutto mio, dal momento che non ho mai trovato nessuna
ragazza degna di quel titolo.
Ora
più che mai. Innamorarmi di qualcuno è proprio l’ultimo dei miei progetti.
<<Grazie
Greta.>>
<<Di
niente signore.>>
<<Greta
ti ho detto mille volte che puoi chiamarmi Edward.>>
Arrossisce.
Cazzo forse devo rinunciare a questa cosa dell’ informalità con i dipendenti.
<<Certo
Edward…>> sussurra dirigendo prontamente lo sguardo sullo schermo del
computer per nascondere le guance color porpora.
Spero
non fraintenda. Forse era meglio continuare a farmi chiamare signore, almeno da
lei.
Che
poi in certi contesti risulterebbe anche particolarmente eccitante…
Mi
allontano senza aggiungere altro e, sfogliando il plico, noto che i fogli sono
tutti messi in ordine. Sono anche raccolti da un fermaglio per capelli. Alcuni
sono stropicciati, ma so che questo è il frutto del calcio che ho dato io al malloppo
rovinato a terra dopo che quella stronza sfigata di … aspetta.
Non
sarà mica lei ad averli raccolti e rimessi in ordine?
Ritorno
da Greta per assicurarmi di non dover ritenermi un perfetto coglione
maleducato.
<<Scusa
Greta, grazie per aver sistemato i fogli…>> le dico prendendola alla
sprovvista.
<<Oh no signore...ehm Edward. La
cliente li ha riportati così. Io non ho fatto altro che consegnarglieli>>
Cazzo.
<<E
sapresti gentilmente dirmi il nome della cliente, per cortesia, in modo che
possa ringraziarla?>>
Vedo
un barlume di pentimento nello sguardo di Greta, avrebbe certamente voluto saper
mentire almeno per una volta in vita sua e prendersi il merito di un buon
lavoro. E forse anche altro.
<<Isabella
Swan, camera 306, signore>> mi informa di malavoglia dopo aver richiamato
la registrazione sul monitor.
La
ringrazio mentre mi allontano con la relazione e il fastidio di dovermi per forza
scusare con quell’imbranata che mi ha travolto.
Raggiungo
la camera 306 e busso. Dopo pochi istanti uno scricciolo tutto pepe apre
imprecando contro qualcuno che non sono decisamente io.
<<Bella,
cosa hai dimenticato stavolta? Lo sai che tra pochi minuti ho la riunione…ops…mi
scusi>>
si interrompe
quando decide di alzare lo sguardo dal braccialetto che si sta allacciando e mi
vede.
<<Si
figuri. Cercavo la signora Swan che credo non sia lei. Ero venuto soltanto per
ringraziarla per aver recuperato la mia relazione>> la informo
mostrandole il plico che tengo in mano.
<<Ah,
si. Bella però al momento non c’è. L’ho spedita in SPA. Sa…aveva decisamente bisogno
di rilassarsi dopo aver…>> continua a parlare, ma io già non la seguo
più.
Un’idea
folle mi balena per la testa. E io, che sono ancora più folle, decido in un
istante di seguirla.
Verrò
licenziato, penso, allontanandomi da questo martello pneumatico. E sorrido davanti
al mio pensiero balordo perché so benissimo che è un’eventualità non
verificabile.
***
Entrando
nella SPA al primo piano dell’albergo mi rendo subito conto di aver preso la
decisione giusta.
Alice
ha avuto ragione nel consigliarmi un bel massaggio rilassante. Costa un occhio
fuori dalla testa, ma, dopo un intero anno di lavoro e dopo quanto è successo
un paio di mesi fa alla mia vita privata, credo di meritarmelo come auto regalo
di Natale.
Viene
ad accogliermi una signora sulla quarantina dal camice bianco immacolato e dal
sorriso rassicurante.
<<Prego
signora Swan, si accomodi>> mi fa cenno di seguirla. Ed io obbedisco.
Mi
ritrovo in un camerino elegantissimo dalle luci soffuse, con un ripiano di marmo
rosato risplendente, una miriade di specchi senza il minimo alone, una serie di
accappatoi ben riposti e qualche armadietto dotato di chiave di sicurezza.
<<Si
spogli e si metta un accappatoio. Può usare gli armadietti per i suoi abiti. Io
la attendo nella seconda sala a destra per il massaggio che ha prenotato.
Quando è pronta, senza problemi…>> se ne va Miss Relax chiudendosi la
porta alle spalle.
Oh
Dio, io la adoro questa donna.
E
dopo un secolo mi ritrovo ad essere elettrizzata e stranamente ottimista. Penso
che, forse, Alice ha fatto bene a costringermi a venire. E che, forse, questa
mini vacanza imprevista non sarà completamente un disastro. Probabilmente non
potrà succedermi più niente di troppo strambo, almeno non per la prossima ora,
penso.
E
penso male. Ovviamente. Ma ancora non lo so.
Nuda
come un verme e coperta solo da un accappatoio morbidissimo che neanche nella pubblicità
del Coccolino erano così, entro nella seconda stanza a destra.
La
porta è semi aperta, una musichetta new-age si espande. Intravedo il lettino
sul quale andrò a rilassarmi tra pochi minuti.
<<Permesso?>>
chiedo a bassa voce entrando.
<<Prego
si accomodi Signora Swan>> la voce della massaggiatrice mi conferma di
essere nel posto giusto e di non vivere un sogno. Almeno credo.
Anche
all’interno della stanza le luci sono soffuse, una decina di candele profumate rendono
l’atmosfera calda ed accogliente. Un gradevole odore di spezie mi inebria i
sensi e già mi sento più calma di pochi minuti fa. E’ pazzesco come questa cosa
funzioni. E ancora non mi ha messo le mani addosso.
E’
quando penso alla parola “mani” che il mio pensiero torna al contatto di quelle
dita. Alla pressione sulle mie spalle. Alla bocca. Agli occhi. Al torace. E il rilassamento
appena intrapreso va a farsi benedire.
Sono
pazza. Non c’è alternativa. Che cazzo c’entra lui adesso?
<<Si
tolga l’accappatoio e si distenda a pancia in giù.>>
Per
fortuna la voce delicata di Miss Relax mi riporta sulla retta via facendomi abbandonare
pensieri inopportuni e certamente non pertinenti alla situazione.
Eseguo
docilmente e mi distendo sul lettino. Di fronte a me una piccola finestra mi
permette di intravedere i fiocchi di neve illuminati dai lampioni appena
accesi.
<<Nevica…>>
sussurro.
<<Si
signora. E’ sempre una magia quando nevica vero?>>
<<Sì>>
confermo. Ed è vero. Vedere scendere la neve, soprattutto in questo periodo, ha
un qualcosa di magico. Forse se avessi visto più natali con la neve alla fine
mi ci sarei affezionata a questa festa. E, forse, anche i miei.
Dovrebbero
far nevicare per legge, a Natale.
<<Appoggi
la testa facendo entrare naso e bocca nella fessura, chiuda gli occhi e si
rilassi…mi metterò un po’ di olio di mandorle sulle mani. Lei non pensi ad
altro che a rilassarsi completamente…>> il tono della voce e le parole mi
convincono che devo seguire alla lettera i suoi consigli.
La
mia schiena viene coperta da alcuni asciugamani caldi e morbidi. Dio che
sensazione fantastica.
Poi
le mani della massaggiatrice iniziano a toccarmi le spalle dopo averle scoperte
con delicatezza.
Abbandono
tutte le mie preoccupazioni, tutti i miei fastidi e i brutti ricordi. Li lascio
correre lungo le dita che mi sfiorano, li lascio a questa montagna e a questa
neve perché li ripulisca e me li renda migliori. Puliti. Belli.
Forse
tutto si può aggiustare. Forse tutto può migliorare. Anche io.
All’improvviso
la sensazione di uno spiffero di aria frizzante mi accarezza i piedi e le
spalle.
Mi
sembra di percepire dei passi, ma non riesco a concentrarmi perché la mia mente
è completamente in stand by al momento.
Dopo
pochi istanti di intervallo le mani riprendono a toccarmi e scendono più giù
fino a sfiorarmi i lombi liberandoli dolcemente dagli asciugamani.
Sembrano
dita un po’ più fresche, un po’ più lunghe. Anche il tocco è diverso, ma,
sicuramente, è tutto frutto della mia fantasia.
Lascio
che queste mani esperte mi portino in luoghi tranquilli e sconosciuti.
Ritorno
a me bambina e lentamente mi perdono per non essere stata felice.
Ritorno
a me adulta e mi perdono per non aver voluto essere felice.
***
Ha
un tatuaggio poco sopra il gluteo destro.
E’
una rosa. Una rosa blu. E’ particolarmente sensuale a vederla così, alla luce
delle candele e completamente abbandonata a me. Mi piace l’idea che non sappia
che ora la sto toccando io. Mi piace l’idea di toccare la sua pelle
sconosciuta.
Insisto
su quel punto e mi sembra di sentirla gemere.
Ha
la pelle liscia come la seta.
La
ammiro arrossarsi ad ogni mio passaggio di dita.
Seguendo
i miei movimenti con lo sguardo, salgo sui fianchi e sulle spalle. Le mie mani
premono e accarezzano in un vortice di movimenti attenti e studiati. Sto
facendo un buon lavoro. Me lo conferma il suo respiro pesante. E il fatto che
da quando le ho messo le mani addosso non si sia mossa di un millimetro.
Sono
anni che non massaggio qualcuno. In verità non ho mai messo in pratica il corso
che mi aveva fatto seguire mia madre proprio in occasione dell’apertura della
SPA nell’hotel. Al di là delle lezioni pratiche e di alcune prove fatte sulla
schiena di un paio di cavie, non ho mai sperimentato le mie capacità su
nessuno.
Non si sa mai nella vita, diceva mia
madre. E aveva evidentemente ragione.
Mi
rendo ora conto che non devo essere affatto negato. E che non è per niente un
brutto mestiere. Anzi. Lo prenderò in considerazione per il futuro, se gli
affari dovessero andare male.
Dopo
diversi minuti passati ad ammirare il corpo sotto le mie mani e far rilassare la muscolatura della sua
schiena, la copro con gli asciugamani riscaldati, le libero le gambe e verso
sulle mie mani ancora un po’ di olio tiepido.
Inizio
a toccarle le cosce e lei inspira un po’ più forte. Mi chiedo che cosa stia
provando. A cosa stia pensando. Se immagina un tocco diverso. Un tocco più
audace. E a chi questo tocco appartenga.
Avrei
voglia di andare oltre. Immagino di poter toccarla in altri modi, in altri
posti. Proibiti. Segreti.
Scendo
simultaneamente con entrambe le mani avvolgendola in una morsa non troppo
forte, ma neanche troppo debole.
Mi
fermo all’altezza delle ginocchia e risalgo addentrandomi un po’ più
all’interno.
Faccio
pressione con le dita come mi hanno insegnato, ma mi rendo conto di fare fatica
a rimanere concentrato.
Mi
sto eccitando e questo non dovrebbe succedere. E questo, cazzo, non mi succede
da parecchio. Parecchio tempo.
Il
mio battito è accelerato. Il respiro più frequente di quello del corpo che sto
toccando da meno di venti minuti. E in mezzo alle gambe qualcosa di importante
inizia a far sentire la sua ingombrante presenza.
Vaffanculo.
Ma che cazzo mi succede!
Continuo
a massaggiarle i polpacci e i piedi minuscoli, rassicurato dal fatto che tra
poco rientrerà Rose in servizio. Farà girare la ragazza che sto manipolando e
che, ovviamente, non dovrà vedermi.
Ho
voluto solo ringraziarla a modo mio. Niente di più.
Ma
mi sa di aver fatto un’enorme cazzata.
***
Sono
in uno stato di beatitudine mai provato prima.
Quelle
mani esperte che mi accarezzano e premono un po’ ovunque dovrebbero essere
considerate patrimonio per l’umanità. Non mi alzerei da questo lettino per tutto
l’oro del mondo. E vorrei che quelle dita continuassero a toccarmi ancora e
ancora.
Se
appartenessero ad un uomo sono sicura saprebbero fare magie con il corpo di una
donna. E sono altrettanto sicura che, se avessero avuto una proprietà maschile,
quelle stesse mani mi avrebbero fatto volere ben più di un massaggio
rilassante. Ben, ben più.
Che pensieri
assurdi sono portata a fare quando sono rilassata. Quasi mi vergogno di me
stessa.
Io
che di solito sono così poco audace, ho
davanti agli occhi immagini da film decisamente vietati ai minori. Devo smetterla
immediatamente senno combinerò un casino su questo lettino.
Nonostante
sia quasi in trance e in preda a visioni di mani che mi sfiorano in modo
perverso, riesco a cogliere uno strano fruscio alle mie spalle. Alcuni rumori mi
fanno percepire la presenza di un’altra persona nella stanza.
<<Prego
signora Swan, ora si giri per favore>> mi invita la voce conosciuta della
mia massaggiatrice dando uno stop alle mie elucubrazioni mentali.
Mi
volto lentamente e quasi malvolentieri inizio a distendermi a pancia in su.
In
quell’istante il mio sguardo si poggia sulla porta che si sta chiudendo e sulla
maniglia che ritorna in posizione orizzontale accompagnata da una mano che
rimane nascosta ai miei occhi.
Non
ho tempo per formulare ipotesi o fare domande.
Miss
Relax, dopo avermi coperta, mi fa adagiare il capo su un rotolo di asciugamano
caldo ed inizia a massaggiarmi le tempie portandomi nuovamente via con sé.
Appoggia
le dita lungo il collo e sul torace dandomi nuovamente la sensazione che il
tocco sia diverso da quello di prima.
In
particolare da quello che ha accarezzato le mie cosce.
Saranno
diverse tecniche di massaggio, penso. In fondo è la prima esperienza di questo
tipo della mia vita. Tutto può essere.
Penso.
Chiudo gli occhi. E mi abbandono.
***
<<
Cazzo cazzo cazzo!>> urlo una volta uscito dalla SPA.
Solo
un coglione come me poteva avere un’idea cosi di merda.
So
di potermi fidare di Rose, è come una zia per me, era la migliore amica di mia
madre. So per certo che non dirà niente in giro e soprattutto al personale dell’hotel,
ma mi sento comunque un coglione.
Un
coglione che ha provato piacere nel tastare il corpo di una sconosciuta ignara.
Cazzo, potrei essere denunciato!
Mi
sa che devo darmi una regolata e pensare che forse è arrivato il momento di
rimettermi in pista. O quantomeno di sbattermi qualcuna. Fanculo a tutto.
Fanculo al tempo, alle responsabilità e all’amore.
Rientro
nel mio appartamento incazzato nero. E certo di aver dimenticato di fare
qualcosa. Qualcosa di importante per cui mia madre sarebbe anche più incazzata
di me.
Ma
mi sfugge.
Fanculo.
***
Una volta
rimessi i miei abiti e ritornata in me stessa abbandono questo luogo magico,
non senza aver prima ringraziato mille volte Rose- alla fine ho scoperto il nome
della persona a cui appartengono quelle portentose mani.
Mi
avvio con passi ancora incerti verso l’ascensore che mi riporterà nella mia
stanza, ma qualcosa mi distrae e cattura la mia attenzione. E’ un verso
particolare. Un singhiozzo, quasi. Flebile. Poco lontano.
Mi
fermo e mi guardo attorno più volte. Finche’ scorgo una micro scrivania e
qualcosa di accucciato sotto una delle due sedie poste ai lati.
E’
qualcosa di molto piccolo, avvolto in una copertina con degli orsacchiotti
colorati e sembra stia tremando.
Oh signore, fai che non sia quello che penso,
ti prego ti prego ti prego…
Continuo
a ripetermi mentre mi avvicino al fagotto.
Le
mie preghiere non vengono minimamente ascoltate. Figuriamoci.
Quello
accucciato sotto la sedia è effettivamente un bambino in lacrime. Avrà si e no
quattro anni ed io mi sento morire nel vederlo così, da solo e in pianto.
Prima
di dire qualsiasi cosa mi guardo attorno per cercare aiuto o magari, se sono
fortunata, sua madre svenuta da qualche parte chissà per quale motivo…
Invece
non c’è anima viva in corridoio. Nessuna voce che chiama disperatamente un
nome, nessun rumore di passi agitati alla ricerca di qualcosa di così prezioso
come un bambino. Niente, un silenzio assordante rotto solo dai micro singhiozzi
di questa creatura.
A
questo punto non ho alternative ed intervengo.
Mi
accuccio e comincio ad accarezzare il batuffolo di orsetti.
<<Ehi,
ciao. Ma lo sai che i tuoi orsetti qui stanno tutti ballando?>>
Tento
un approccio il più possibile tranquillo, non vorrei che si spaventasse e
magari iniziasse ad urlare facendo credere chissà cosa alla sicurezza di questo
posto…Dio Alice mi ucciderebbe se venissimo sbattute fuori!
Cazzo,
non mi porta bene stare qui, non mi porta bene!
Il
bambino sembra non sentirmi. Allora insisto.
<<Vuoi
dirmi per favore cosa succede? Magari posso aiutarti.>>
Non
ho risposte, ma, in compenso, due braccine minuscole mi si aggrappano al collo
e un nasino freddo e moccoloso si strofina senza il minimo ritegno sul mio
maglioncino nero. Fantastico, che bella immagine si presenterà davanti agli
occhi di quell’anima pia- perché, suvvia, in un hotel cinque stelle a Cortina
vuoi che non ci sia un’anima pia?- che vorrà liberarmi da questa situazione.
Colta
da un improvviso quanto imprevisto senso materno, abbandono i pensieri inutili
su maglioncini sporchi e figure di merda che andrò a farmi, e lo stringo in un
abbraccio fortissimo. Inizio a cullarlo e a cantargli una canzoncina di Natale,
sì, proprio di Natale, una delle tante che ho sentito in macchina con Alice, finché
il cucciolo si calma e dirada i singhiozzi, facendoli diventare dei sospiri
profondi.
Lo
avvolgo con cautela nella sua copertina e mi sollevo con lui in braccio.
Quando
siamo in piedi, per la prima volta mi osserva ed accenna un piccolo sorriso. Ha
degli occhi meravigliosi, color ghiaccio. Per un attimo ripenso agli occhi con
cui mi sono scontrata solo qualche ora fa, ma allontano il pensiero. No, non
può essere.
Con
il frugolo che mi osserva e non molla la presa dal collo salgo in reception
convinta che l’unica cosa da fare sia chiedere aiuto a qualcuno ed informarli
del ritrovamento di questo piccolo.
Appena
arrivata nella hall, la gentile receptionist mi viene incontro evidentemente
allarmata. Deve aver subito capito che non posso essere certo la madre di
questo bimbo. Perché poi, non saprei.
<<Anthony,
tesoro…>> sussurra cercando di prendere in braccio il piccolo che,
invece, non ne vuole sapere di lasciarmi.
<<Lo
conosce?>> chiedo un po’ smarrita. Non può essere che in questo hotel
qualcuno abbia l’abitudine di lasciare i bambini piangenti nei corridoi sotto
le sedie. Non ci posso neanche pensare. O forse è suo figlio o forse…
<<Si
signora…aspetti un attimo. Faccio subito venire Edward>> tenta di rassicurarmi,
ma con voce un po’ troppo agitata.
<<Ok…>>
le dico mentre continuo a dondolare il bambino che nel frattempo ha infossato
il viso nel mio decolté.
Dopo
qualche minuto di attesa, il bell’imbusto con cui ho avuto l’imprevisto fuori
dall’ascensore, compare nella hall trafelato e su di giri.
Appena
mi inquadra si avvicina a passi enormi.
OK,
ora quantomeno sappiamo che #occhidighiaccio si chiama Edward.
Mentre
alcuni clienti e la receptionist ci osservano tentando di mal mascherare
l’interesse, le mani di questo uomo si poggiano sulla copertina che sto
proteggendo. Avvicina il volto alla testa del piccolo e con una voce rotta dal
dolore gli sussurra
<<Anthony,
scusami, scusami tanto. Ti prego…>>
Lo
accarezza mentre io resto pietrificata dall’amore che ci sta mettendo, dagli
occhi tristi e la voce colma di rimpianto, così diversa da quella di prima.
Il
cucciolo strofina il suo naso contro il mio collo per rispondere no alle
richieste di perdono.
<<Per
favore Anthony, ti prometto che non succederà mai più. Mai più…>>
Evidentemente
questa promessa centra l’obiettivo.
Il
bambino si lancia tra le braccia di quest’uomo pentito. Tra nuovi singhiozzi,
forse ancora più amari, lo sento ripetere
<<Edward,
io voglio la mia mamma. Voglio la mia mamma…>> mentre viene accarezzato e
cullato.
<<Lo
so piccolo, lo so Anthony…>> lo consola quella voce che mi sta penetrando
il cuore, mentre viene portato via da me e dagli occhi indiscreti di gente
sconosciuta.
Non
so quanto tempo passi quando mi rendo conto di essere nella hall del solito
albergo cinque stelle di Cortina con il volto rigato dalle lacrime e una
copertina con gli orsacchiotti colorati tra le mani.
***
Mi
sveglio dopo non so quante ore di sonno, completamente rincoglionita.
Lo
stomaco brontola piuttosto violentemente.
Mi
rivolto un paio di volte nel letto, ma so che non avrò tregua finche non metterò
qualcosa sotto ai denti.
Dopo
quanto è accaduto con quel bambino, tutti i benefici del mio massaggio rilassante
sono andati a farsi benedire. Rientrata in camera mi sono buttata a letto, ho
pianto come una scema avvinghiata alla copertina morbida e smoccolata. E mi
sono addormentata.
Ho
sentito Alice rientrare dalla riunione e parlare per una buona mezz’ora, anche
mentre era sotto la doccia.
Tra
un aneddoto e l’altro dell’incontro appena finito, continuava a ripetermi di
alzarmi e prepararmi per andare a cena. Ma non ce l’ho davvero fatta.
Stasera
l’ho abbandonata con i suoi nuovi colleghi di corso. Non credo, comunque, di
averla lasciata in cattive mani. La sua voce era allegra e serena. Sono sicura
si sarà divertita, del resto io non sarei certo stata una buona compagnia.
Recupererò domani, promesso.
La
osservo mentre dorme beata al mio fianco in questo gigantesco letto
matrimoniale. Vorrei tanto, un giorno, poter essere sicura e spigliata quanto
lei. Felice quanto lei. Chissà’ se avrò mai questo privilegio.
Cercando
di fare meno rumore possibile, mi alzo e mi rendo conto di essere ancora
vestita.
Sorrido,
rassegnata di fronte alla mia inadeguatezza nei confronti di questo elegante
posto e della vita.
Esco
dalla nostra camera e mi incammino verso il bar interno che dovrebbe essere
aperto h24. Il mio stomaco spera davvero sia cosi.
Credo
di avere buone speranze. Attraversando la hall, noto che il grande orologio
appeso indica la mezzanotte passata solo da qualche minuto. Pensavo fosse
notevolmente più tardi.
Non
c’è più la ragazza di prima e nemmeno la gente ad osservarmi basita, ma il mio
pensiero non può non tornare a quelle manine che mi stringono il collo.
Avanzo
scuotendo la testa per far andare via le immagini che non mi abbandonano.
Mi
siedo su uno degli alti sgabelli posti attorno al bancone. Ordino un latte
caldo. E, mentre la dolce melodia di un pianoforte ci raggiunge, il gentile
ragazzo dietro al banco mi porta un’enorme tazza natalizia piena di schiuma
bianca con una spolverata di cacao e qualche biscotto al burro. Il tutto
condito da un bel sorriso, che a quest’ora tarda non è da dare per scontato.
Devo
avere davvero una faccia pietosa per meritarmi questo trattamento. O forse è
merito delle cinque stelle, chissà.
Mi
abbandono al calore che si espande nella mia pancia grazie alla coccola del
latte e dell’ennesima canzone di Natale suonata da abili mani. Ormai mi sono
rassegnata al fatto che in questi giorni ascolterò solo musica di questo tipo.
La
assaporo tutta finché smette. E rimango ancora con gli occhi chiusi.
<<Grazie…>>
sento alle mie spalle.
Mi
volto di scatto, rovesciandomi addosso qualche goccia di latte ormai tiepido.
#occhidighiaccio
prende una salvietta dal banco e inizia a pulirmi i leggins senza smettere di
fissarmi.
<<Per
cosa?>> chiedo pietrificata per molti motivi.
<<Per
tutto>>
<<Tipo?>>
<<Tipo
la relazione rimessa in ordine…>>
Aspetto.
Lo si capisce dalle labbra semi aperte che non ha finito. E vorrei ben vedere.
<<E
tipo di avermi riportato Anthony…>>
E in
quel momento non ci vedo più. Mi parte proprio l’embolo e mi alzo in piedi
puntandogli l’indice praticamente sul naso. Gli arrivo a malapena alle spalle.
Ma non me ne frega un cazzo adesso come adesso.
<<Tu,
tu ti rendi conto? Quel bambino era da solo nel corridoio di un albergo, che
sarà anche cinque stelle, ma a un bambino così non gliene frega un cazzo
neanche se fosse la reggia di Re Artù, e stava piangendo rannicchiato per
terra! Come hai fatto a perdere tuo figlio così, come?>>
Mi
lascia svuotare tutto il nervoso che ho accumulato da quando si è portato via
Anthony. Io odio vedere i bambini piangere da soli. Io ho pianto ore e ore da
sola. E so cosa significa. Io lo so!
Quando
però cerco di rincarare la dose, non mi permette di andare oltre.
<<Tu
non sai un cazzo di me e di Anthony ok?>>
<<Io
posso anche non sapere niente. Quel che ho visto, però, è un padre che non era
con suo figlio e che poi è tornato a prenderselo con la coda tra le gambe e
quando cercava la sua mamma gli ha solo saputo dire lo so…lo so>> cinguetto. Dio come sono stronza quando voglio.
<<Vaffanculo,
lo sapevo che eri una stronza da quando mi sei venuta addosso stamattina!
Anthony non è mio figlio, è mio fratello ok? E si, ho dimenticato di andare a
prenderlo dopo il suo riposino e lui non mi ha visto e si è nascosto sotto la
sedia. Sono un coglione e un fratello di merda lo so benissimo, ma sto ancora
provando a capire cosa significa gestire un bambino così piccolo ok? E sua
madre, mia madre, è morta un mese fa. E mi ha lasciato lui e sto posto di merda
da mandare avanti. Fino a ottobre io ero in America a studiare e a farmi le
serate tra musica feste e amici e ora mi ritrovo con tutto questo cazzo di roba
sulle spalle. Scusa se non sono perfetto. Scusa tanto. Contenta adesso?
Vaffanculo!>>
Resto
così, senza parole e senza pensieri con il ragazzo dietro al bancone che mi
regala una pacca sulla spalla prima di allontanarsi in silenzio.
Edward
ha già preso l’uscita e, spero, stia andando da suo fratello.
Mi
sento davvero morire.
Ma
non posso farlo adesso.
Prima
gli devo delle scuse.
***
23 Dicembre
Una
volta tornata in camera ho tentato di dormire, ma il sonno è stato agitato e discontinuo.
Al mattino,
tra le molte lacrime e il poco sonno, ho due occhiaie che neanche il panda
dello zoo di Londra.
Alice,
invece, è fresca come una rosa, ma la lascio letteralmente a bocca aperta
quando le racconto tutto quello che è successo da quando ci siamo salutate
prima del mio massaggio.
Ed
effettivamente posso capirla. Sono qui da meno di ventiquattro ore e ho
combinato una serie di casini inenarrabili.
Senza
contare il fatto di essere stata mandata a fanculo più e più volte dal proprietario
del luogo dove soggiorniamo.
Dopo
un paio di <<cazzo Bella!>> e <<solo a te capitano ste
cose…>>, dopo qualche imprecazione e un abbraccio sincero, la soluzione
proposta dalla mia amica è una buona colazione e sano shopping in centro, portafoglio
permettendo.
Non
che abbia molte alternative per il momento. Di Edward e di Anthony non c’è
traccia, li ho cercati per i corridoi e nella hall, scendendo in sala da pranzo
e tra i tavoli, ma niente.
Non
mi resta che prendere a braccetto Alice e uscire, sperando di rinfrescarmi le
idee.
La
mattinata scorre velocemente grazie all’allegria contagiosa di Alice, ma non
c’è momento in cui qualcosa non mi faccia pensare agli occhi di quel bambino. E
a quelli di suo fratello.
Finché
non gli chiederò scusa per il mio atteggiamento e le mie parole non mi darò
pace, mi conosco.
Davanti
all’ennesima vetrina di giocattoli decido di entrare e di comperargli un
orsetto di peluche. Non so se e quando glielo darò, ma solo il gesto di
acquistarlo e la speranza di potergli donare un sorriso, mi fa stare meglio.
Alice
non mi capisce. E nemmeno io, a dire la verità. Ma sono sempre stata abbastanza
impulsiva come persona, a volte cacciandomi in guai. Altre volte scegliendo la
strada giusta.
Spero
che questa sia una di quelle volte.
Rientriamo
in albergo nel primo pomeriggio perché Alice ha un nuovo incontro con i suoi
nuovi “temporanei colleghi di lavoro”, così li chiama lei.
Io
decido di recuperare il libro che sto leggendo e di regalarmi un po’ di relax
nella sala del bar dell’hotel, quello dove ho visto Edward per l’ultima volta.
Ordino
al mio amico cameriere una cioccolata calda con tanta panna e mi posiziono su
uno dei divanetti che permettono di guardare fuori dalla finestra.
Il
paesaggio è incantato qui. Sa veramente di Natale, accidenti.
Dopo
qualche minuto mi ritrovo immersa tra le righe di un amore tormentato ed
impossibile, tra le labbra il gusto dolce e delicato del cioccolato.
Di
nuovo le note di quel pianoforte. Di nuovo una malinconica canzone natalizia.
La musica vibra a poca distanza da me.
Mi
volto incuriosita e scopro che le mani che accarezzano così bene i tasti sono
quelle dell’uomo che ho arrogantemente maltrattato poche ore fa.
Mi
si ferma il cuore.
Ma
davvero.
Temo
di accasciarmi sul divano e morire così. Puff.
Invece
sopravvivo. Sopravvivo anche davanti a questa immagine di lui che si muove su
quella tastiera assorto nei suoi pensieri. Bello come nessun altro uomo io
abbia mai visto in vita mia.
Sembra
un quadro, uno di quelli che appenderesti in entrata di casa in modo da vederlo
quando entri, quando esci e quando passi le mille volte al giorno di lì. In
modo da imprimertelo bene nella mente. In modo da tenertelo stretto al cuore
per tutto il tempo possibile, prima di sentirne così tanto la mancanza da
doverlo per forza riguardare.
Non
riesco a distogliere lo sguardo nonostante io sia certa che lui mi abbia vista.
Nonostante
mi confermi, agli occhi di lui, una
maleducata.
Soltanto
quando ferma le lunghe e delicate dita e mi inchioda con quegli occhi di
ghiaccio, fingo di ritornare al mio libro riaprendolo a caso.
Nessuna
delle parole che mi ritrovo davanti agli occhi significa qualcosa, di nessuna
capisco il significato perché percepisco chiaramente che si sta avvicinando.
E il
sangue mi ribolle nelle vene. Probabilmente evaporerà completamente prima che
mi abbia raggiunta.
<<Volevo
scusarmi con lei…>> sento dirmi all’improvviso.
Dio
quella voce…
Mi
volto confusa da lui e dalle sue parole.
Lo
guardo dritto negli occhi e, Signore aiutami a trovare le parole giuste, ti
prego.
<<Sono
io che le devo delle scuse…>>
<<Lei
non poteva sapere.>>
<<Esatto,
appunto per questo avrei dovuto tenere a freno la lingua. Non potevo
sapere.>>
Qualche
istante di silenzio precede un reciproco sorriso.
<<Piacere,
io sono Edward>> mi porge la mano che non esito a raccogliere nella mia.
<<Piacere,
Isabella. Bella per gli amici.>>
<<Allora
se per lei va bene la chiamerei Bella>>
Mi
fa ridere la sua cortesia, è qualcosa di raro.
<<D’accordo
e può darmi anche del tu.>>
<<Quello
credo sia troppo verso una cliente…>> schizza l’occhio.
<<Tutto
bene con…Anthony?>> chiedo riportando il discorso su argomenti seri.
<<Si,
grazie. Ora è con la baby-sitter. Non la adora particolarmente, ma ci stiamo
lavorando.>>
<<Certo,
immagino>> rispondo in preda ai ricordi di me bambina insieme a una delle
tante baby-sitter assunte dai miei.
<<Ok…la
lascio al suo libro…>> evidentemente sono stata zitta per troppo tempo,
persa nei miei pensieri, creando un certo imbarazzo e cerco in qualche modo di
recuperare.
<<Bene,
ci vediamo…in giro allora. Mi saluti Anthony.>>
<<Ci
vediamo stasera alla cena>> mi informa allontanandosi lentamente <<…oppure
in SPA se va anche oggi a farsi un massaggio!>> aggiunge voltandosi e
alzando la mano in cenno di saluto.
Spiazzandomi
completamente.
***
Cazzo.
Ma cosa mi è saltato in mente di dirle quella cosa della SPA? Non ho proprio resistito.
La sua gentilezza e il suo imbarazzo mi hanno spiazzato.
Sapevo
di essermi comportato in modo totalmente fuori luogo con lei ieri sera dopo aver
raccolto Anthony dalle sue braccia e soprattutto al bar. Ma quando l’ho sentita
darmi addosso affibbiandomi colpe che in realtà anche ho, non ci ho visto più
ed è uscita tutta la rabbia e la frustrazione che per settimane ero riuscito a
tenere sotto controllo con tutti. Parenti, amici, personale. Anthony.
Mi
dispiace aver alla fine sbottato proprio con lui presente che, a modo suo, mi
ha fatto poi capire quanto coglione sono. Per tutta la sera, finché non l’ho
messo a letto, non ha fatto altro che ripetermi che non dovevo sgridare quella
buona mamma, che lo aveva aiutato e che si stava bene in braccio suo.
Mi
sono sentito una merda. Avrei voluto andare in camera sua, bussarle e dirle che
mi dispiaceva tanto di aver alzato la voce. Ma non ne ho avuto il coraggio e
non volevo nemmeno più lasciare da solo il bambino. Avevo già fatto abbastanza cazzate
per la giornata.
Prima,
quando l’ho vista perdersi tra i cuscini del divano della sala, completamente
immersa nel libro e coccolata dalla cioccolata calda che le scuriva le labbra, ho
provato a far finta di niente.
Sapevo
che l’avrei incontrata di nuovo alla cena prevista per la serata, o almeno
speravo di farlo per avere l’occasione di scusarmi, ma non mi aspettavo di
trovarmela davanti così presto. Non ero pronto ad affrontare lei. E nemmeno me
stesso.
Mi
sono messo al pianoforte come avevo in programma, di solito mi ci dedico una
mezz’ora al giorno quando Anthonu dorme per non perdere manualità e,
soprattutto, per rilassarmi e staccarmi dal mondo di merda in cui mi ritrovo
immerso giocoforza.
Ma è
stato più forte di me. Dopo il primo brano, suonato tra l’altro da far pietà,
non potevo andare avanti senza avvicinarla almeno per un secondo.
Sento
per lei un’attrazione fuori da ogni norma, che mi fa fare cazzate continue. Non
essendomi mai successa prima una cosa del genere faccio un’ immensa fatica a
tenere le emozioni sotto controllo.
Sarà
anche il momento particolare che sto vivendo, continuo a ripetermi.
Ma
in cuori mio so che è una gran cazzata.
Ad
ogni modo l’unico reale motivo plausibile che ho trovato per rivolgerle la
parola è chiederle scusa. E così ho fatto.
Sembra
sia andata bene, sembra io abbia deciso di fare la mossa giusta.
Poi
ho mandato tutto a puttane con la storia della SPA.
Un
cortocircuito cerebrale improvviso e fulminante non ha messo filtri alla mia
voce.
Mia
madre, se lo sapesse, mi darebbe quattro sonori calci in culo. Del tutto meritati.
***
E’
scontato dire che dopo quell’uscita sul massaggio non ho letto nemmeno una riga
del libro.
Ho
pensato e ripensato a come lui potesse sapere del mio passaggio in SPA, finché
ho deciso di non chiedermelo più. Una delle ipotesi paventate era assolutamente
troppo imbarazzante e folle. Troppo anche per una mente bacata come la mia.
Ho
deciso di concentrarmi sui preparativi di Alice per la gran cena di stasera.
L’ho consigliata su uno dei tre abiti che aveva portato per l’occasione, sulle
due paia di scarpe con il tacco e sull’acconciatura da farsi.
Per
quanto mi riguarda ho un semplicissimo abito nero, anche troppo attillato, che
va bene in tutte le occasioni che non prevedano divano, coperta e filmetto.
Indosso
le scarpe eleganti scartate da Alice perché non mi era nemmeno passato per la
testa di metterne un paio in valigia.
Sono
rosse e forse un tantino troppo evidenti per i miei gusti, ma sotto Natale può
starci un tocco di rosso. Faremo finta che vada bene anche per me.
Scendiamo
nel ristorante già gremito di gente. Mi sento un po’ fuori luogo.
Alice
bacia e abbraccia un sacco di persone conosciute in questi due giorni e me le
presenta di continuo. Ovviamente non mi ricordo il nome nemmeno di una di queste.
Il
mio sguardo cerca tra la folla elegante una persona in particolare che non
trovo.
Sono
al mio secondo bicchiere di vino quando veniamo invitati dalla sua voce ad
accomodarci ai tavoli perché la cena sta per essere servita.
Da
buon titolare e organizzatore del meeting e della serata, ringrazia tutti per
essere qui presenti e per aver rallegrato l’hotel in questo periodo di festa e
augura buon appetito.
Io
credo di aver colto solo sprazzi del suo discorso perché ero completamente
incantata dal movimento delle sue labbra, delle mani e dalla sua intera figura elegantemente
vestita di nero.
Sembra
tanto uno di quegli attori di Hollywood, quelli inaccessibili alle persone
comuni come me. Invece con lui ci ho parlato, invece con lui ci ho anche
litigato. Anzi principalmente ho fatto quello a dire la verità.
E,
nonostante sappia il dolore che porta nel cuore, di lui conosco praticamente
solo il nome.
Un
piccolo complesso inizia ad intonare brani di musica leggera, mentre Alice mi
accompagna al tavolo destinato a noi. E’ poco distante dal suo. Ce l’ho
praticamente di fronte.
Poco
prima che i camerieri inizino a servire il primo piatto un frugoletto vestito
con uno smoking in miniatura fa l’ingresso in sala correndo e lanciandosi tra
le braccia di Edward. Il mio cuore, alla vista di quelle manine e quel sorriso,
sussulta dalla gioia.
Sento
fortissimo l’istinto di alzarmi e di andare ad abbracciarlo e di dirgli quanto
sono felice di vederlo così allegro, ma mi trattengo e distolgo lo sguardo
dall’immagine che mi sta rubato il cuore e l’anima.
La
serata passa veloce tra brindisi e pietanze eccellenti. Ma sono gli sguardi tra
me ed Edward che danno un senso al tempo passato in questa sala.
Alice
più volte si è alzata accettando l’invito di qualcuno per un ballo.
Io
ho preferito dedicarmi a raccogliere il più possibile immagini di Edward ed
Anthony per portarle a casa con me, domani.
Il
fuoco che sento dentro quando lui mi guarda è nettamente più interessante di
qualsiasi ballo con qualsiasi persona di questo mondo.
Sto
disperatamente cercando di non fissarlo in continuazione e di seguire un
discorso che sta facendo ridere tutti i commensali del mio tavolo, quando una
manina mi batte sulla gamba attirando la mia attenzione.
Mi
volto di scatto e vedo due occhioni ad altezza seno che mi guardano impacciati.
<<Anthony
ciao, sei elegantissimo stasera…>> rompo il ghiaccio.
<<Vuoi
ballare con me?>> degno fratello dell’altro è capace di spiazzarmi con
una sola frase.
<<Amore,
io veramente non so ballare…>> gli rispondo accarezzandogli la guancia
morbida.
Quando
vedo gli occhietti intristirsi, però, decido che una figura di merda in più o
una in meno non faranno differenza nella mia vita. Nella sua, probabilmente,
sì.
Così
mi alzo e lo prendo per manina facendomi portare in mezzo allo spazio destinato
alle danze.
Appoggia
le mani sui miei fianchi ed io lo copio posando le mie sulle sue spalle. Senza
traccia di imbarazzo inizio a seguire i micro passetti del mio cavaliere ad un
qualche tempo di musica, non credo a quella che il complesso stia suonando, ma
poco importa.
Lui
è felice. Ed anch’io lo sono.
Quando
la canzone finisce Anthony accenna ad un inchino, mi prende la mano e la bacia.
Resto
senza parole e gli occhi mi si riempiono di lacrime.
Prima
che io possa dire qualsiasi una voce alle mie spalle mi coglie nuovamente impreparata.
<<Anthony
adesso deve andare a dormire. Mi farebbe piacere poter dargli il cambio, se
posso.>>
Cazzo.
Adesso muoio sul serio.
Mi
volto e lo vedo raggiante. E’ talmente vicino che il suo respiro mi solletica
la guancia.
<<Volentieri>>
balbetto.
Non
me ne frega niente se gli pesterò i piedi e se mi manderà di nuovo a fanculo.
Il solo fatto di poter essere nuovamente toccata da quelle mani e stretta a
quel torace vale il rischio.
Mi
inginocchio ai piedi di Anthony mentre quella che credo sia la sua baby-sitter
si avvicina sorridendo giungendo dall’ingresso della sala. E’ giovane e
sorridente e, soprattutto, sembra una brava persona. Ottima scelta Edward,
penso, a me da bambina sarebbe piaciuta una baby-sitter così.
<<E’
stato il più bel ballo della mia vita. Diventerai un ottimo cavaliere da
grande…>> gli sussurro nell’orecchio prima di dargli un bacio sulla fronte.
Anthony
mi abbraccia forte.
<<Buonanotte
campione, ci vediamo più tardi>> lo saluta Edward.
Anthony
scioglie l’abbraccio ma tiene fra le dita una ciocca dei mie capelli.
<<Hai
i capelli come mamma. E hai lo stesso suo profumo>> mi dice poi guardando
suo fratello ancora fermo al mio fianco. Ricevo un rapido bacio sulla guancia e
lo vedo andare via prendendo per manina la giovane ragazza.
Rimango
qualche istante inginocchiata davanti al niente, ma non ho la forza di alzarmi
dopo quello che mi ha detto.
Solo
la mano di Edward che si abbassa a prendere la mia e mi aiuta a tirarmi su, mi
permette di ritornare in posizione eretta.
Muta,
mi lascio stringere dalle sue braccia ed inizio a farmi portare mentre
l’orchestra intona un nuovo brano. Lo lascio che mi porti ovunque voglia, purché
sia un luogo in cui i bambini non provano dolore.
<<Grazie
per quello che hai fatto per lui. Era tutta la sera che voleva invitarti a
ballare>> mi svela poi.
Sorrido
incredula.
<<Gli
ho promesso che prima di andare a letto gli avrei permesso di invitarti, ma
l’avevo messo in guardia sulla possibilità di un rifiuto…bisogna farsi le ossa
fin da bambini con voi donne>> ride facendomi roteare sotto il suo
braccio.
<<Non
avrei mai potuto rifiutare il suo invito.>>
<<E
un mio invito, lo potresti rifiutare?>> aggiunge in tono serio.
<<Non
l’ho fatto, mi sembra.>>
<<Non
è l’invito a ballare a cui mi riferisco…>>
<<E
a cosa ti riferisci?>> chiedo mentre lo stomaco inizia a tremare.
<<Vai
in camera e mettiti qualcosa di caldo e comodo. Ti aspetto fuori dall’hotel tra
venti minuti. Se non arrivi in tempo, capirò.>>
L’orchestra
prende gli applausi per l’ennesimo brano concluso e io mi prendo il secondo baciamano della serata, mentre Edward
si allontana dalla sala dandomi la schiena.
Cazzo,
cazzo, cazzo. Cosa faccio adesso? Come lascio Alice? Cosa dico a tutti?
Tutti
i miei dubbi si risolvono quando, una volta tornata al mio tavolo, mi rendo
conto che né Alice né alcun commessale ha notato la mia assenza e tutto quello
che è successo all’interno del mio cuore.
Meglio
così.
<<Scusate,
io ho bisogno di un po’ d’aria, poi penso che me ne andrò a letto>>
informo tutti interrompendo i loro discorsi.
<<Oh
Bella, ma perché? E’ una serata così divertente…>> protesta Alice.
<<Stai
tranquilla, tu resta pure senza problemi, davvero. Ci vediamo dopo in
camera>> la rassicuro raccogliendo la mia borsa e salutando con un
sorriso per tutti.
Arrivata
fuori dalla sala corro nel corridoio che porta all’ascensore. Saranno già
passati dieci minuti, ho pochissimo tempo per cambiarmi e per andare da lui.
Non so cosa mi aspetta, ma qualsiasi cosa voglia fare o dire in mia compagnia è
bene accetta.
In
camera butto per aria le poche cose che ho nell’armadio per trovare i pantaloni
felpati, il pile e il giaccone da neve che mi ha comprato Alice, menomale che
c’è lei.
Lascio
sul letto il mio abito nero e ripongo con cura solo le scarpe di Alice, non
voglio che si rovinino.
In
meno di cinque minuti sono passata da tenuta da sera a tenuta di montagna.
Indosso
gli stivali con il pelo e volo verso l’uscita. Da Edward.
***
Non
pensavo accettasse.
Sono
qui fuori da qualche minuto con una sigaretta accesa per ingannare il tempo. Mi
sto preparando all’ennesima delusione della mia vita, invece la vedo comparire
da dietro il bancone della reception.
Cazzo,
è davvero bella.
In
abito da sera faceva un figurone, ma anche vestita così mi fa battere forte il
cuore. Questa donna è davvero diversa. Ha qualcosa di più.
Anche
il mio compagno là sotto è d’accordo con me e protesta perché io me ne accorga.
Lo so, lo so. Ti capisco benissimo, fidati.
Bella
esce dalle porte scorrevoli.
<<Ciao,
anche tu qui?>> esclama spavalda.
Mi
piace che sia così divertente. Mi piacciono un sacco di cose di lei, a dire il
vero.
Per
questo ho deciso di fare quello che sto per fare. Mia madre non approverebbe,
probabilmente.
Una
delle sue regole era “mai con i clienti”. Peccato che lei, proprio con un
cliente, quattro fa abbia concepito Anthony. Peccato, anche, che poi lui non
abbia voluto più saperne niente di lei e tantomeno del bambino. Un coglione si
è scelta. Un coglione di cliente.
Comunque,
ci ho riflettuto tutta la mattina, poi nel primo pomeriggio ho deciso di
organizzare questa cosa. Con il rischio di non portarla a termine, ovviamente.
E con il rischio di andare forse oltre con una persona che da domani non
rivedrò più.
Ma
quel sorriso sincero mi rincuora. Lei è qui. Andiamo avanti. Vada come vada.
<<Pura
coincidenza>> sto al gioco <<ma visto che ci siamo, seguimi.>>
Lei lo
fa. La accompagno dietro all’hotel dove ho parcheggiato la motoslitta.
Prima
di sedermi indosso il cappello con il pelo. Ne ho uno anche per lei e mi
avvicino per farglielo indossare.
Mentre
lo faccio noto quanto le nostre nuvolette di vapore siano vicine. Noto quanto
vogliano fondersi l’una nell’altra. Noto le sue labbra semi aperte. Noto il
formicolio delle mie vogliose di baciarle.
Non è ancora il momento.
Mi sforzo
di rimanere concentrato su quanto sto per fare.
Non
so se arriverà mai quel momento, a dire la verità.
Salgo
sulla moto e lei si accomoda dietro. Le sue mani mi stringono i fianchi, riesco
a sentire una scossa nonostante io indossi un maglione grosso e un giubbotto da
neve. Accendo il motore e parto.
Attraversiamo
il bosco. Il silenzio è rotto solo dal rumore della motoslitta, il buio è
rischiarato solo dalle nostre luci.
Tutto
attorno alberi, neve e pace totale.
Ogni
tanto mi volto per chiederle se va tutto bene e lei mi risponde sempre di si.
So
che sta sorridendo perché lo percepisco mentre parla, anche se sono
praticamente solo monosillabi.
Capisco
che si guarda attorno e che si sta godendo il momento che le ho voluto
regalare. E ancora non sa il resto che ho preparato per lei.
Speriamo
che Rose sia riuscita a fare tutto quello che le ho chiesto. Quella donna è
davvero una santa. Dovrò pensare ad un regalo enorme per lei quest’anno. Se mai
troverò il tempo per cercare qualcosa.
Dopo
quasi venti minuti di percorso in salita nel bosco raggiungiamo la casa di
Rose. Siamo a quasi 2000 metri di altezza e la neve qui è ancora più abbondante
e soffice.
Rose
non si fa vedere, ma ha lasciato tutto l’occorrente appoggiato alla parete,
come da accordi.
Parcheggio
la motoslitta e scendo aiutando poi Bella che mi sembra felice, ma congelata.
Le
offro una tazza di the caldo preparato da Rose e lasciato saggiamente nel
thermos fuori dalla finestra, assieme a due tazze natalizie.
Bella
lo accetta visibilmente grata.
<<Cavolo
è davvero bello quassù…c’è una gran pace. Non ho mai sentito tutto questo
silenzio>> dice tra un sorso e l’altro.
<<Sì,
adoro questi posti>> le confermo. <<Sono stato via diversi mesi
ultimamente, ma ogni giorno ne ho sentito la mancanza>> aggiungo
guardandomi attorno e inspirando con gratitudine l’aria fredda.
<<Immagino>>
annuisce finendo il suo the.
<<Ok,
procediamo>> annuncio prendendo l’attrezzatura dalla parete.
<<Come
scusa?>> chiede sbigottita.
<<Non
penserai mica che ti abbia portata fino qui solo per una tazza di the all’aperto
vero? Per chi mi hai preso, scusa?>> le sorrido e faccio l’occhiolino
mentre inizio ad armeggiare con i suo piedi.
<<Cosa
stai facendo?>> continua a guardarmi inorridita. Mi fa un gran ridere
quel suo sguardo smarrito.
<<Ti
sto mettendo le ciaspole, non vedi?>>
<<Le
cosa??>>
<<Le
ciaspole!>> confermo alzandomi avendo finito con i suoi piedi.
Indosso
anche le mie, mi infilo sulla testa l’elastico con la torcia e la invito a
seguirmi.
<<Forza
andiamo montanara…>>
<<Andiamo
dove??>>
<<A
camminare nel bosco.>>
<<Ma
tu devi essere impazzito!>> urla quasi.
<<Ti
conviene seguirmi…qui in casa non c’è nessuno>> mento, ovviamente , <<ed
è pieno di orsi e di lupi qui intorno. Stammi vicino e vedrai che andrà tutto
bene>> rido mentre le infilo due racchette tra le mani ed inizio ad
avviarmi per il sentiero.
Bella
segue alla lettera le mie parole e, con andamento a papera che me la fa
sembrare ancora più carina, mi raggiunge e si appiccica alle mie spalle alla
minima distanza utile per non inciampare insieme tra la neve fresca in un
groviglio di piedi, gambe e ciaspole.
***
Il
buio la fa da padrone in questo posto.
Il
buio, gli abeti, la neve. Le impronte di qualche animale che Edward mi spiega
possono appartenere ad una lepre o a un cerbiatto. O a un lupo affamato, poi
aggiunge, prendendomi in giro.
Il
profumo dell’inverno. Il silenzio rotto solo dai nostri passi, dai respiri e da
poche parole che ci scambiamo.
Il
groviglio dei miei pensieri. Le mie emozioni contrastanti. La meraviglia per
avere il privilegio di vivere tutto questo, la paura nel sapere che mi trovo a
chissà quale altezza, da sola, di notte e in mezzo al bosco con un uomo che
conosco, diciamo così, da meno di 48 ore.
Tra
tutti questi rumori il più forte resta comunque quello del battito accelerato
del mio cuore.
Edward
mi precede di pochi passi, io lo seguo attenta a non inciampare tra quelle robe
che ci ritroviamo sui piedi e di cui non ricordo più il nome, e a non perdere
contemporaneamente lo spettacolo che mi ritrovo davanti agli occhi.
Assorbo
il più possibile di questa esperienza più unica che rara per una ragazza di
città come me. Mai avrei immaginato che questo viaggio mi portasse dove mi trovo in questo momento. Con un uomo
come lui.
Ad
un tratto vedo i piedi di Edward arrestarsi.
Alzo
lo sguardo e di fronte a me, oltre a lui, trovo una baita con le finestre illuminate
e il camino fumante.
Vorrei
chiedergli spiegazioni, ma lo sguardo sicuro e il sorriso soddisfatto che mi
regala mi fanno capire che siamo arrivati a destinazione.
<<Sembra
una casa delle favole…>> riesco a dire.
<<Lo
pensava anche mia madre quando l’ha acquistata, sì…>> conferma.
<<Forza,
andiamo dentro a scaldarci.>>
Eh,
a scaldarci Edward…io in realtà sarei già abbastanza calda vista la camminata a
cui mi hai costretta, ma vista, soprattutto, la tua vicinanza.
Come
faccio a dirti che dentro brucio dall’esatto momento in cui ho sbattuto contro
di te fuori dall’ascensore? Come?
Ovviamente
non dico niente di tutto questo e, docile, lo seguo dentro casa dopo essermi
fatta aiutare a togliere quegli arnesi dai piedi.
L’interno
è piccolo, ma meraviglioso.
Alla
sinistra dell’ingresso c’è un piccolo cucinino con un bollitore pronto e
fumante.
Alla
nostra destra, a pochi passi di distanza, un camino acceso riscalda l’ambiente.
Di fronte a lui un divano di pelle bianca con due pile grigi morbidamente
adagiati, un tappeto rosso a terra e un sacco di candele accese ed eleganti decorazioni
natalizie, albero compreso, ornano la stanza.
<<Wow>>
non posso aggiungere altro.
<<Bello
eh?>> chiede Edward iniziando a togliersi la giacca.
<<Direi
proprio di si>> asserisco continuando a guardarmi attorno.
<<Ho
fatto preparare anche qui qualcosa di caldo….se ti va ovviamente.>>
<<Si,
magari. Grazie>> rispondo mentre seguo il suo esempio e mi tolgo i vari
strati di indumenti che indosso, chiedendomi tra le altre mille cose da chi ha
fatto preparare tutto questo…
Edward
versa della cioccolata calda per entrambi e ci avviciniamo al fuoco del camino.
Mi
siedo a terra, non so nemmeno io il perché, ma mi viene spontaneo. Il divano
resta intatto alle nostre spalle.
Edward
si accomoda vicino a me. Molto, molto vicino.
Mi
passa la tazza e le nostre mani si toccano per infiniti secondi. Lui non lascia
la tazza. Io non arretro con la presa. I nostri occhi si agganciano e non
vogliono sapere di separarsi.
<<Non
pensare male Bella. Non ti ho portato qui per…>> spiega, ma lascia a metà
la frase.
<<Per?>>
chiedo sottovoce.
<<Per
fare quello che forse pensi.>>
<<E
per cosa mi hai portata qui Edward?>> continuo con un filo di voce mentre
le sue dita accarezzano le mie e il mio cuore sta tentando di uscire dal petto
per andare ad abbracciare il suo.
<<Perché
volevo conoscerti un po’ di più. E perché dal primo momento in cui ti ho vista
ho provato forte l’impulso di buttarti giù dalle scale>> risponde con un
mezzo sorriso << ma anche quello di scaraventarti dentro l’ascensore e di
baciarti fino a lasciarti senza fiato.>>
Scema
come sono mi viene da ridere pensando che l’istinto omicida verso le persone
che ci piacciono è una delle cose che a questo punto ci lega, ma lo faccio
senza lasciare le sue mani e, soprattutto, i suoi occhi.
<<Cosa
c’è da ridere?>> chiede smarrito e divertito a sua volta.
<<C’è
che noi due insieme siamo piuttosto pericolosi…dopo te lo spiego. Adesso, per
favore, baciami…>>
Non
so come questa richiesta sia uscita dalle mie labbra. So però che lui mi ha ascoltata
per bene dal momento che pochi istanti dopo le nostre bocche sono congiunte in
un delicato bacio.
Il
brivido profondo che provo quando le sue labbra sfiorano le mie non ha niente a che vedere con i baci finora ricevuti.
Niente. Neanche lontanamente.
E il
problema è che più lui mi bacia, più io ho bisogno che continui a farlo.
Le
cioccolate rimaste intatte vengono appoggiate dalle sue delicate mani a terra,
sufficientemente lontane da non essere rase al suolo.
Mi
stringe il viso e se ne impadronisce come meglio crede.
Continua
a baciarmi facendomi sentire la persona più importante sulla faccia della
terra. L’unica degna di essere qui con lui adesso.
Lentamente
prendiamo confidenza con le reciproche labbra e le mani iniziano ad accarezzare
i corpi ancora sconosciuti.
Il
mio maglione abbandona il suo posto e viene lanciato sul divano assieme a
quello di Edward. Sono finiti uno sopra l’altro. La cosa mi fa ben sperare.
A
poco a poco rimango in reggiseno e slip.
Le
sue dita percorrono devote la mia pelle e mi ricordano con straordinaria
precisione le sensazioni provate durante il mio massaggio in SPA.
<<Eri
tu…>> ansimo assaporando un altro bacio.
<<Dove?>>
chiede con le labbra sulle mie.
<<In
SPA. Eri tu a massaggiarmi…>>
<<Si>>
conferma con una leggera smorfia di dolore e pentimento.
<<Perché?>>
chiedo persa nelle sensazioni che le sue dita mi regalano una volta superata la
barriera dei miei slip.
<<Perché
avevo troppa voglia di te. Ingestibile. Incontrollabile. E non immaginavo avrei
mai potuto averti diversamente…>> spiega facendomi distendere sul rosso
tappeto, spinta dal suo peso.
<<Previsione
sbagliata mi sa tanto…>>
<<Ne
sono lieto…non sai quanto.>>
I
nostri discorsi finiscono lì.
Ai
piedi di un caminetto, abbracciati da un tappeto, coccolati dal profumo
dell’albero di Natale ci amiamo per un tempo infinito. Conoscendoci,
esplorandoci, regalandoci emozioni a vicenda.
Non
mi sono mai sentita così amata come adesso con lui. Mai.
Domani
capirò forse di aver sbagliato tutto. Ma adesso va bene così.
Adesso è cosi.
***
25 dicembre
La
mamma di Alice sta servendo l’antipasto.
A
tavola sono tutti allegri e brindano a tutto spiano. Baci, abbracci, auguri,
regali.
Ed
io sono seduta su questa sedia, li osservo e continuo ad agitarmi. Non riesco a
trovare la posizione comoda, non riesco a stare ferma per due minuti
consecutivi.
Non
riesco a godere di questo momento come mi aspettavo.
E
non è perché non mi piace stare qui. Non è perché non sono contenta di essere
con loro o perché voglia abbandonare la loro, e la mia ormai, tradizione di
Natale.
E’
che sento che mi manca qualcosa. Sento che mi
manca lui.
Lui,
Anthony. Il loro mondo. Le loro vite.
Ieri
mattina mi sono svegliata stretta nel suo abbraccio.
Era
l’alba quando mi ha baciata sulle labbra e mi ha dato il buongiorno.
Non
avrei mai voluto lasciare quel letto e quella baita. Ma ero perfettamente
consapevole di aver fatto di sicuro preoccupare Alice, essendo sparita così per
una notte intera. E che era giunta l’ ora di rientrare nella mia vita. Nelle
nostre vite.
Non
ci sono state molte spiegazioni o parole su quanto era successo. E nemmeno
promesse.
Abbiamo
fatto colazione nel cucinino. Io in braccio a lui a prendermi gli ultimi attimi
di questo prezioso noi.
Il
cuore pesante per l’addio sempre più vicino, ma grato per le emozioni che ha
provato.
Abbiamo
ripercorso al contrario il sentiero nel bosco con le ciaspole. Anche di giorno
l’ambiente era fiabesco con il luccichio del sole riflesso sulla neve candida.
Un volpe rossa ci ha osservati curiosa da dietro un albero. Mancava solo
Pollicino per completare il quadro.
Una
volta arrivati alla motoslitta, ancora parcheggiata di fronte alla finestra
dove avevamo bevuto il the caldo la notte prima, Edward mi ha raccontato di
Rose. Mi ha spiegato che lei e la sua famiglia vivevano in quella casa. Che
aveva preso il suo posto in SPA durante il mio massaggio anche se lei non era
d’accordo, che lei lo aveva aiutato ad organizzare tutta la serata e la baita
ed era molto più d’accordo.
Rose
era come una zia per lui. La persona che più di tutte lo aveva sostenuto dopo la
morte di sua madre. La persona che più di tutte lo aveva fatto sentire capace di portare avanti
l’hotel e tutte le attività che aveva ereditato all’improvviso. Anthony
compreso.
Certo
che ne sarà capace. Certo.
Arrivati
all’hotel siamo rimasti entrambi in silenzio, immobili sulla motoslitta con il
motore spento per diversi minuti. Sembrava fossimo in modalità “pause”.
Nessuno
dei due voleva andare, nessuno dei due voleva porre fine a tutto questo.
La
vocina di Anthony ci ha costretto a spingere il bottone sul “play” e andare
avanti.
E’
corso incontro a suo fratello saltellando tra la neve e chiamandolo a gran
voce.
Dietro
a lui la vista della giovane baby-sitter mi ha fatto provare uno strano
sentimento di gelosia e invidia. Lei li avrebbe vissuti. Io sarei stata di lì a
poco a chilometri e chilometri di distanza. Non avrei più saputo niente di
loro.
Non
ho chiesto il numero a Edward e lui non l’ha chiesto a me. E’ una storia nata e
finita, la nostra. Anche se in cuor mio non la penso così. Non vorrei così.
Anthony
poi mi ha preso per mano e mi ha fatto correre verso il pupazzo di neve da poco
costruito con le sue minuscole manine.
Il
suo entusiasmo, la sua voglia di vivere, di giocare e di ridere mi hanno fatto
capire una volta di più che i bambini sono capaci davvero di vedere oltre.
Nulla
potrà restituirgli sua madre, nulla potrà colmare il vuoto che lei ha lasciato,
ma Anthony non può fermarsi. Anthony è energia pura. Amore puro. Lo fa
trasparire da quegli occhi chiari. Identici a quelli di suo fratello. E so che
si sosterranno a vicenda quegli occhi e quei cuori. Sempre.
<<Bella…Bella…>> il richiamo di Alice mi fa tornare tra i
commensali.
Hanno
tutti finito di mangiare. Io non ho toccato il piatto.
<<C’è
qualcosa che non va piccola?>> mi chiede premurosa sua madre.
<<No,
no signora, tutto a posto…>> mento. Tento di mettere in bocca qualcosa,
ma non scende niente. Ho davanti agli occhi l’immagine di Edward che prima di
entrare nella hall mi abbraccia e mi bacia incurante della receptionist
scioccata, incurante degli altri clienti che stanno facendo il check-in o che
sono alle prese con le valigie.
“Addio
straniera” mi ha detto. “Hai regalato a me e a Anthony un motivo per
festeggiare questo Natale. E tutti gli altri che verranno perché il ricordo di
te non passerà mai. So che chiederti di rimanere è impensabile, so che non ci
siamo promessi niente e so che adesso non posso prometterti niente. Ma non è
stato solo sesso. Questo voglio che tu lo sappia.”
Un
ultimo bacio sulla fronte e si è incamminato nel suo regno.
Anthony
lo ha seguito sconvolto quanto me da quanto aveva appena visto.
Il
suo “Ciao mamma Bella …” mi ha dato il colpo di grazia.
Sono
salita in camera correndo e non ho potuto spiegare niente ad Alice che era in
preda ad una crisi di nervi visto che da ore mi stava cercando.
L’ho
abbracciata e ho pianto tutte le mie lacrime.
Quella
della donna improvvisamente ed imprevedibilmente innamorata di un uomo
impossibile che l’ha fatta sognare per due giorni, quelle della fidanzata
tradita e abbandonata da chi si fidava e per chi aveva rinunciato a gran parte
di sé stessa, quelle della bambina senza una vera famiglia. E senza mai un vero
Natale.
Tutte,
tutte le lacrime sono uscite, forse, per la prima volta liberando e sciacquando
la mia anima.
Solo
in macchina sono riuscita a raccontare ad Alice quanto era accaduto nelle
ultime 48 ore. Non senza fatica, non senza groppi in gola.
Lo
stesso che ho in questo preciso momento.
<<Scusate>>
mi alzo dalla tavola e corro in bagno a nascondere i lacrimoni che spingono e
che non riesco più ad arginare.
Poco
dopo qualcuno bussa alla porta.
<<Bella,
Bella fammi entrare per favore…>>
E’
Alice. Giro la chiave e le apro la porta.
Si
siede sul bordo della vasca e mi prende le mani.
<<Due
ore Bella. Due ore di strada e sei là.>>
La
guardo sconvolta. Quel pensiero non mi era nemmeno balenato per la mente. Devo
solo chiudere, chiudere, chiudere. Questo devo fare.
<<Non
guardarmi così. Prendi la mia macchina e parti. Lo sai che è quello che vuoi. E
credo che anche lui lo voglia. Non rinunciare Bella, non rinunciare a quello
che avete sentito. Non succede tutti i giorni. Lo sai bene. Io lo so
bene.>>
Per
la prima volta, ascoltando le sue parole, penso che forse possiamo darci una
possibilità. Penso che forse dobbiamo farlo.
Di
sicuro io devo fare qualcosa. Per me. Almeno per me.
Aiutata
dalle mani ferme ed esperte della mia amica mi risistemo acconciatura e trucco.
Neanche
mezz’ora dopo sono in autostrada, direzione Cortina.
In
auto i cd natalizi di Alice mi fanno compagnia. Non li tolgo. Alzo il volume. E
canto. Io canto. Vada come vada oggi è il mio Natale.
E’
il momento delle scelte. E io ho scelto di essere felice, oggi.
L’Hotel
Bellevue è illuminato a festa. Abeti e luci eleganti. Fiocchi dorati colmi di brillantini
abbelliscono l’ingresso.
Non
avevo fatto caso nei giorni scorsi a quanto fosse bello e curato questo posto.
A quanto amore viene messo in ogni singolo dettaglio.
Parcheggio
l’auto poco distante e, facendo attenzione a non cadere sulla neve, dal momento
che ancora indosso le scarpe rosse di Alice prestatemi per il pranzo a casa
sua, entro nella hall.
In
reception non c’è la ragazza di sempre. Edward le avrà certamente dato un giorno
di ferie. Al suo posto arriva Rose, la mia massaggiatrice a metà, con la divisa
dell’hotel. E’ lei che sostituisce la
ragazza, evidentemente.
Mi
riconosce subito e mi offre un sorriso aperto e cordiale.
<<Buon
Natale, ben arrivata.>>
<<Grazie
mille. Buon Natale anche a lei…>> rispondo un po’ in imbarazzo.
<<Posso
aiutarla?>>
<<Io…io
dovrei lasciare questo regalo ad Anthony>> le dico mostrando il pacchetto
che tengo stretto in mano. E’ l’orsetto che gli avevo comprato l’altro giorno e
che non avevo avuto l’occasione, né il coraggio di consegnare. E la sua
copertina che mi sono portata a casa mettendola per sbaglio-ma neanche tanto-
in valigia.
<<Babbo
Natale conosce davvero vie infinite. Prego, mi segua. Le faccio strada>>
mi invita composta, ma raggiante.
Saliamo
fino all’ultimo piano. In ascensore non ci diciamo niente. E credo sia meglio
così.
<<La
prima porta a destra>> mi informa quando le porte dell’ascensore si
spalancano.
<<Grazie…>>
tentenno.
<<Vada
tranquilla. Saranno felici. Entrambi>> mi rassicura stringendomi
delicatamente un braccio.
Raggiungo
la porta indicata.
Rimango
fuori per qualche istante ad ascoltare il suono di un pianoforte e la voce di
un bambino che canta allegro, un po’ a modo suo
I don't want a lot for Christmas
There is just one thing I need
I don't care about the presents….
There is just one thing I need
I don't care about the presents….
Non voglio molto per Natale
C’è solo una cosa di cui ho bisogno
Non mi interessano i regali…
Sorrido
al pensiero che ascoltavo questa canzone in auto con Alice solo tre giorni fa e
mi infastidiva la gioia di Mariah nel cantarla e nell’annunciare al mondo il
suo amore incondizionato verso qualcuno. Ora diventa in un attimo la mia
canzone preferita.
Ora,
la capisco benissimo.
I just want you for my own
More than you could ever know
Make my wish come true oh…
More than you could ever know
Make my wish come true oh…
Voglio solo te tutto per me
Molto più di quanto potessi immaginare
Realizza il mio desiderio oh…
Busso
ed interrompo Edward che stava dando man forte al piccolo canterino.
La
porta si apre.
I
suoi occhi meravigliosi si spalancano per la sorpresa.
I
piedini di Anthony zampettano e si fermano al suo fianco.
<<…All
I want for Christmas…is you…>> intono stonata come una campana e con la
voce rotta dall’emozione.
<<Mamma
Bella!>> urla il piccolo saltandomi in braccio.
Metto
nelle mani di Edward il pacco regalo e raccolgo Anthony stringendolo forte
quanto il bene spontaneo che provo per lui.
<<Auguri
piccolo! E’ passato Babbo Natale da casa mia…non potevo non portarti il regalo
che mi ha lasciato per te>> gli dico annusando il suo meraviglioso odore
di bambino.
Edward
è ancora immobile e senza parole.
Temo
per un attimo di aver fatto male ad essere venuta, potrebbe anche non essere
solo, potrebbe anche non volermi qui nel giorno di Natale, potrebbe anche…
<<Tu
sei davvero il regalo più prezioso che Babbo Natale poteva
farci…straniera.>>
Sbagliavo.
Edward ci stringe entrambi come fossimo una cosa sola. Come fossimo una
famiglia.
Non
so se mai lo diventeremo. Non so cosa succederà domani o tra un mese o tra un
anno.
Quello
che so è che oggi è Natale.
E ho
scoperto, solo ora, solo grazie a questi due uomini, solo grazie alla loro
forza, alla loro tenacia, ai loro sorrisi e alle loro sorprese, che Natale è dove
si trova il tuo cuore.
Natale
è qui, per me.
Solo,
solo qui.

Awwww! Che romantica, dolcissima storia! I monologhi di Bella sono davvero divertenti e il suo cuore, enorme. Edward sembra un po' stordito, si dimentica il bilancio dell'hotel per terra, si dimentica il fratello, teme di essere licenziato quando è lui il proprietario... ma poi capiamo qual è il suo problema, quindi è perdonato. Neve, cuore e amore per questa bella emozione di Natale.
RispondiEliminaBellissima! una storia romantica e natalizia, ma soprattutto frizzante! Mi sono divertita tantissimo a leggere i dialoghi con sè stessa di Bella!! E Edward, anche se un pò svampito è sempre un uomo adorabile!!! Brava!!
RispondiEliminaAmo le storie dove le pare mentali di bella la fanno da padrone, eddy è sempre eddy c'è poco da dire e fare, anche se lui è svmapito ci piace lo stesso. Un bacio alla scrittrice Giovanna Sieni
RispondiEliminaCavolo se mi piacerebbe scrivere storie così!! E' bellissima davvero: ben scritta (a parte qualche svista), scorrevole, frizzante, piena d'amore... il giusto tema natalizio. Ed è vero che "casa" si trova dove il tuo cuore sceglie di stare. Ottimo lavoro davvero.
RispondiEliminaMa che bella questa storia! Mi sono divertita moltissimo a leggerla, i suoi pensieri sono proprio pazzi e fanno sbellicare. Inoltre è molto romantica e l'atmosfera natalizia di sente in ogni riga, direi che hai centrato in pieno il tema di questo Contest.
RispondiEliminaMagari una rilettura in più ti avrebbe fatto eliminare qualche refuso, ma nel complesso è scritta bene, è scorrevole, divertente, davvero una partita piacevole.
Brava e complimenti! Grazie per aver condiviso con noi questa storia
E anche tu ti firmi inesorabilmente con le tue Bella autolesioniste! Bella storia, descritta fin nei più piccoli particolari e dolcissima con il piccolo Anthony che sintetizza l'innocenza e la voglia di tenerezza che permea la struttura dei due protagonisti. Bello il finale e menzione d'onore al massaggio!
RispondiEliminaBellissima davvero 😍😍😍😍😍
RispondiElimina1 punto
RispondiEliminaTra le storie natalizie più belle e romantiche
RispondiElimina2 punti
Incomincio a pensare che alcune delle nostre coraggiose scrittrici soffrano di sdoppiamento della personalità. La Bella della prima parte della storia, infatti, è sboccata, sborniata, arruffata, disorganizzata, incazzata nera con un fidanzato fedifrago, molto divertente nelle sue considerazioni mentali sull’amica svalvolata e iperattiva. La Bella dell’albergo di Cortina è invece sensibile, tenera, coccolosa e con considerevoli istinti materni. Devo dire che mi piacciono entrambe le versioni, con una lieve predilezione per la seconda perché non è da tutti permettere a un frugoletto di pulirsi il moccio sul proprio golfino. Edward, invece, mi sembra che coltivi pericolosi istinti autodistruttivi: mettere le mani addosso a una sconosciuta fingendo di essere qualcun altro? Ragazzo, davvero non hai spirito di autoconservazione (se Bella ti piantasse una causa non conserveresti neppure le mutande). E poi che cos’è tutta questa cavalleria: “vai pure, non mi aspetto niente, è stato splendido anche solo per una notte...”. Ma non diciamo scemenze, riscopri lo yeti che è in te, costruisci un bell’igloo, rinchiudici la pericolosa criminale (seriamente rovinare il suo perfetto profilo da Adone con una craniata?) e puniscila come si conviene!
RispondiEliminaConsiderazione irrilevante: le dolomiti ampezzane sono uno scenario magnifico, ma Cortina mi fa pensare ai cinepanettoni con De Sica e mi intristisco. Riscopriamo l’Italia minore, nascosta ed eccezionalmente interessante.
1 PUNTO
RispondiEliminaVoto 2
RispondiEliminaMolto bella ed intensa, grazie. Paola Pellegrini.
RispondiEliminaWow... meravigliosa....
RispondiEliminaMi piacciono questi due, anzi, questi tre e sono sicura che faranno grandi cose insieme.
Molto romantica e davvero natalizia, sentire il Natale a Pasqua è... complicato ma tu sei riuscita a trasportarmi in un n meraviglioso Natale.
Complimenti e grazie.
JB
Che bella storia!!! Ma soprattutto che abilità nello sviluppare il personaggio di Bella!!! Sei stata veramente brava nel farci percepire il suo cambiamento da persona delusa e incazzata a donna innamorata ed intenerita. Complimenti!!!
RispondiEliminaAleuname.
2 punti.
EliminaAleuname.
1 punto
RispondiEliminaVOTO 3
RispondiElimina1 punto. Grazie!
RispondiEliminaMi sono divertita tantissimo a leggere questa storia. Ho adorato Bella in tutte le sue sfaccettature e mi prenoto per un massaggio uguale al suo! Ho riso, mi sono commossa, ho fatto il pieno di romanticismo e ho condiviso l'ultima frase. Complimenti, avrei letto ancora e ancora senza stancarmi mai.
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